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Sarroch - Italia. Una storia ordinaria di capitalismo coloniale


paese morattiLa prefazione di "Nel paese dei Moratti. Sarroch-Italia" di Giorgio Meletti, in libreria dal 1 ottobre 2010

Le morti sul lavoro non sono un fenomeno meteorologico. Nel 2009 in Italia sono rimaste per la prima volta sotto quota mille, tre per ogni giorno feriale, e secondo l’Inail (Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro) il calo è dovuto anche alla crisi e al rallentamento dell’economia. Nel nostro sistema, dunque, un certo numero di cadaveri è considerato un naturale prodotto del metabolismo industriale.

Il 26 maggio 2009 a Sarroch, in provincia di Cagliari, tre operai hanno perso la vita dentro la Saras, una delle maggiori e più moderne raffinerie d’Europa. Un incidente assurdo, apparentemente inspiegabile. La grande stampa italiana se n’è occupata per un paio di giorni, poi se n’è disinteressata.
A questa distrazione ha contribuito il fatto che i fratelli Gianmarco e Massimo Moratti, proprietari dell’azienda, sono tra gli uomini più ricchi d’Italia. Da mezzo secolo quel gigantesco alambicco, costruito da Angelo Moratti in un angolo della Sardegna così bello da chiamarsi Golfo degli Angeli, pompa verso Milano un’imponente massa di profitti.
Nessuno sa che fine facciano quei soldi, come è giusto che sia: nonostante le proporzioni, stiamo sempre parlando degli affari privati di una famiglia. L’unico impiego noto sono le centinaia di milioni di euro spesi da Massimo Moratti per l’Inter, caparbiamente impegnato a ripetere i trionfi sportivi di suo padre Angelo, il presidente della Grande Inter di Helenio Herrera.
I fratelli Moratti godono inoltre di un’ottima reputazione. Anche per questo a molti è venuto naturale archiviare quella tragedia come un trascurabile incidente di percorso. Tredici mesi dopo i fatti, però, la Procura della Repubblica di Cagliari ha messo sotto inchiesta la Saras, riconducendo la morte dei tre operai alla volontà dell’azienda di accelerare i tempi della manutenzione, per ridurne i costi e salvaguardarne i profitti.

Il 24 giugno 2010 la Saras ha reagito diffondendo un comunicato quantomeno laconico, se non reticente: «Con riferimento al tragico evento che, in data 26 maggio 2009, causò il decesso di tre dipendenti della ditta Comesa presso la raffineria di Sarroch, si comunica che in data odierna la Procura della Repubblica di Cagliari ha notificato alla Società, a quattro dirigenti della stessa nonché a due funzionari della Comesa, avviso di garanzia e contestuale avviso di conclusione delle indagini preliminari». I giornalisti, ogni tanto, a qualcosa servono. Senza di loro l’opinione pubblica non avrebbe saputo che, oltre ai quattro dirigenti, tra gli indagati c’era lo stesso presidente Gianmarco Moratti in qualità di legale rappresentante dell’azienda, e che i magistrati di Cagliari avevano fatto entrare nel mirino il vertice della Saras collegando il reato di omicidio colposo all’ipotesi che i tre operai siano stati sacrificati a un determinato modello organizzativo, più attento al profitto che alla loro sicurezza. Comunque finisca la vicenda giudiziaria, i pubblici ministeri hanno richiamato una regola dimenticata della responsabilità sociale dell’impresa: non è certo che la ricerca del profitto garantisca anche il benessere, la sicurezza, la vita stessa dei lavoratori. I quali, quando vedono calpestato questo principio, spesso vengono lasciati soli, in primo luogo dai sindacati.
Nel caso che qui si racconta, tra tutte le organizzazioni solo la Cgil sarda, senza supporto di quella nazionale, ha affrontato coraggiosamente la Saras, fino a costituirsi parte civile nel processo. Questo libro è un resoconto il più oggettivo possibile dei fatti, per il quale si è ricostruito da fonti indirette il punto di vista dei fratelli Moratti, che hanno declinato una richiesta d’intervista.
I tre operai morti si chiamavano Daniele Melis, Bruno Muntoni e Luigi Solinas. Ciascuno di loro aveva un nome e un cognome, ma anche un volto, una storia, una famiglia, un sistema di affetti, culture e abitudini. Hanno diritto alla restituzione della loro identità e alla verità sulla loro morte. Ma non basterebbe mettere i tre operai sullo stesso piano di Gianmarco e Massimo Moratti, raccontando di cinque uomini le cui vite si sono incrociate. Le loro storie si intrecciano con le mille vicende dell’industria e del mercato finanziario, cioè con lo scenario economico e sociale in cui si verifica l’incidente in raffineria.

Un modello coloniale
Non si può comprendere la tragedia di Sarroch senza collegarla al meccanismo di potere che governa l’economia italiana. Allo stesso modo, non si può capire il declino italiano senza conoscere storie come quella di Sarroch.
Nel primo anniversario dell’incidente, a pochi chilometri dalla raffineria, un parco pubblico è stato intitolato al 26 maggio 2009, per serbare memoria di una data evidentemente giudicata storica. Questa inchiesta ricostruisce tutto ciò che è accaduto quel giorno non solo a Sarroch e dintorni, ma in tutto il sistema economico nazionale. Per questa via, sullo sfondo della morte di tre operai, si ricompone una foto di gruppo del capitalismo italiano.

La classe dirigente è ritratta, imitando la tecnica televisiva del fermo immagine, nelle sue ordinarie occupazioni: Massimo Moratti si dedica al rinnovo del contratto dell’allenatore dell’Inter José Mourinho; suo fratello Gianmarco negozia un prestito con la banca Intesa Sanpaolo; il numero uno della Fiat Sergio Marchionne va a Berlino per convincere il cancelliere Angela Merkel a lasciargli comprare la Opel; l’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo Corrado Passera è alla Scala per un pranzo con il sindaco di Milano; il presidente della stessa banca, Giovanni Bazoli, partecipa a un consiglio di amministrazione della finanziaria Mittel; il giovane azionista della Fiat Lapo Elkann sale in cattedra all’Università Iulm di Milano; il presidente di Confindustria Emma Marcegaglia parla in Veneto degli imprenditori suicidi; il capo di Telecom Italia Franco Bernabè annuncia nuovi esuberi. E così via.
Il potere economico italiano si mostra per quello che è: appannaggio di un’oligarchia che impone, al posto delle regole, la forza delle relazioni personali. Ma c’è di più. Questa inchiesta racconta un intreccio di tipo coloniale costruito all’interno dei confini nazionali. La sistematica spoliazione delle comunità più deboli o periferiche è sostenuta da un’ideologia. Per larga parte della classe dirigente del paese il diritto di anteporre i propri interessi a quelli del prossimo trova radici nelle determinanti geografiche o addirittura etniche.

Non è solo questione di nord e sud. Ci sono torinesi che si battono contro rischi di colonizzazione milanese. L’estremismo liberista ha sdoganato ogni possibile asimmetria, riconoscendo al ricco, in quanto tale, il diritto di sfruttare il povero, e imponendo al disoccupato il dovere di lasciarsi sfruttare da chi gli offre un lavoro. Tutto ciò è considerato ormai inevitabile nello scenario della cosiddetta globalizzazione.
Il caso Sarroch è tipico del modello coloniale. Per sfruttare una comunità, determinandone il destino senza farsi carico di guidarla su un percorso di progresso sostanziale, basta poco. È sufficiente costruire una grande fabbrica per poter pretendere, da chiunque viva lì intorno, gratitudine per i posti di lavoro creati. Questo è ciò che resta della cultura di un’oligarchia che da anni condanna l’Italia alla stagnazione economica e desertifica ogni prospettiva di futuro per le giovani generazioni.

Eppure continua a rivendicare il diritto di accumulare – a qualsiasi costo – denaro per sé e per i propri figli, e il dovere di puntellare con ogni mezzo un sistema di potere declinante.

Pubblicato il 4/10/2010 alle 12.37 nella rubrica Nel paese dei Moratti.

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