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Quando l'uomo di successo molla tutto

 
adesso bastadi Michele Smargiassi, La Repubblica, 2 agosto 2010

«Come dici?». Lo sciabordìo dello Ionio disturba la comunicazione. «Davvero? Ma è una bella notizia! La rivoluzione si sta allargando!». Simone Perotti, il Lenin dei downshifters, incrocia al largo di Zacinto, nel mare felice della sua nuova vita
“scalata”.
Gli racconto di Alex Schwazer, il marciatore olimpico
di Vipiteno che d’improvviso s’è stancato, che venerdì scorso
ha lasciato a metà una gara forse non più difficile di altre, folgorato a soli 26 anni dall’insensatezza della sua carriera, e ha
deciso di mollare tutto: «È finita, non mi importa più nulla».
«Sono con lui, ha trovato il coraggio che a tanti manca», lo benedice da lontano Perotti, ex brillante manager, ora vagabondo dei mari sulle barche degli altri, skipper, postino di velieri, all’occorrenza anche pulitore di scafi «a 90 euro per barca», pur di tener fede a quell’"Adesso basta" pronunciato qualche anno fa, e diventato il titolo del suo fortunatissimo libro, biografia e manuale per ammutinati dalla schiavitù della carriera, del posto fisso, del successo.
Ha venduto 45mila copie, ha ricevuto migliaia di email sospirose «vorrei fare come lei ma non ci riesco », è diventato il guru della fuga all’ingiù, dello “scalare la marcia”, dell’addio al dover- essere sociale.

Prima di lui all’estero, dopo di lui in Italia si moltiplicano i volumi di storie e consigli per chi prova a fare il gran rifiuto, a mollare, a scendere dal mondo in corsa, a trasformarsi da criceto in gabbia in tartaruga felice. Avidi di trend, i giornali ne hanno fatto man bassa. Ma il vangelo della rinuncia è antico, forse eterno, ha una mitologia, un’agiografia, un’ideologia, una storia, una letteratura e perfino un’iconografia. «Non aspettò né fece parole; ma immediatamente, depose tutti i vestiti e li restituì al padre»: questo downshifter del 1206 che abbandona una ricchezza borghese e una promettente carriera militare lo si ammira da otto secoli nel quinto affresco della basilica di Assisi, si chiamava Francesco. Ma dal Siddharta a Diogene a Celestino V, il papa del “gran rifiuto”, l’archetipo si presenta in mille varianti mitiche e storiche fino ai secoli nostri, sempre rinnovato,
costantemente reincarnato in mille avatar diversi. L’autarchia ribelle di Gandhi, l’utopia populista
di Tolstoj (le cui ultima parole si dice furono: «Svignarsela! Bisogna svignarsela!»), l’esilio
filantropico di Schweitzer, la regressione naturalista di Thoreau (nel cui giorno di compleanno
scatta ogni anno dal 1995, nei paesi anglosassoni, la Downshifting Week) esercitarono
sui rispettivi contemporanei un’influenza ben più radicale, mi perdonerà Perotti, della pubblicistica di oggi.

Perché, a ben vedere, non si trovano le prove che questo diffuso desiderio di simple living, di staccare la connessione con gli obblighi e i doveri, di “scalare marcia” (questa è la traduzione di downshifting) abbia prodotto una pratica di massa dell’abbandono del lavoro e della routine sociale. Una ricerca ci informa che il profilo del downshifter è: prevalentemente maschio, tra i 25 e i 34 anni, quasi sempre laureato, professionista, agiato, residente al Nord. Ma non fornisce cifre assolute. Una stima ipotizza che nel mondo sarebbero 16 milioni i «disponibili» a scenderedistatus,
mapoilofanno o restano sognatori frustrati? E l’auto-declassamento cosa implica davvero, quale grado di sacrificio? Sono sicuramente molto praticati i compromessi, le vie di mezzo, i palliativi. Il lavoro part time, l’anno sabbatico, il nomadismo lavorativo, l’emigrazione all’estero, l’esperienza più o meno temporanea di volontariato in una Ong nel Terzo Mondo.

Il downshifting integrale sembra invece più una suggestione consolatoria di massa che una pratica di massa. «È la risposta apparentemente unica a domande molto diverse tra loro»: Stefano
Bolognini, psicanalista junghiano e presidente della Società psicoanalitica italiana, avrebbe molti
casi da raccontare se non fosse un serio custode della privacy dei suoi pazienti. «Alcune rinunce a
un’affermata carriera sono riconducibili a quella che in gergo chiamiamo “ferita nascisistica”. Come
Foreman, che demolito da Cassius Clay si fece predicatore religioso per sopportare la sua caduta
dal cielo della boxe. Più spesso, però, è la sensazione di aver raggiunto il proprio limite, di non
poter andare oltre. Paura di fallire la prossima prova, di deludere aspettative e contraddire la propria immagine di successo. Come se si dicessero: finora m’è andata bene, ma la prossima volta potrei fallire, non sopporto questa suspense,allora mi butto da solo”».
Sulla fuga nell’ombra di Salinger, lo scrittore, abbiamo solo ipotesi,ma fra questa la noia di reggere
il ruolo e la sovraesposizione da celebrità è credibile. Il peso della commedia umana è una spinta
più forte del desiderio utopico di una «vita piena». Delle storie raccolte da Roberto d’Incau e Rosa
Tessain «Quasiquasimilicenzio», diverse corrispondono a questo profilo.

Laura, 39 anni, account di una società di pubblicità, comincia a sognare il gran rifiuto quando
la sua carriera si blocca e vede colleghi che la scavalcano. Agnese, 42 anni, molla il contratto stabile da giornalista quando ritiene di aver smentito a sufficienza la disistima di suo padre: «Al massimo farai la segretaria…». Si lascia per lasciare, prima che per trovare; lo stesso Schwazer, del resto, con lucidità ha ammesso: «Bisogna aver voglia di spaccare il mondo e io non ce l’ho più».
Lo sport, calco della società competitiva, offre esempi trasparenti. Per un Rocky Marciano che
si ritira in tempo per consegnarsi alla storia come icona dell’invincibile, c’è un Platini che smonta in
piena corsa a 32 anni; così come si conoscono pentimenti, i ritorni più o meno felici: Schumacher,
Borg, Mohamed Ali.

Casi esemplari nutrono il mito della rinuncia, ma sono quasi sempre storie difficilmente imitabili e imitate. L’eroe moderno degli aspiranti o immaginari «controscalatori» è Robert B. Reich, il ministro di Clinton che lasciò uno stipendio da urlo per dedicarsi ai figli adolescenti, ma nel Pantheon ci sono anche il miliardario russo post comunista German Sterligov finito a vivere in una izba senza corrente elettrica predicando il baratto, e Hugh Sawyer alias «Ditch Monkey», il funzionario di Sotheby’s che torna a dormire in un fosso nei boschi di Oxford.

Estremismo ecologista, filosofico, etico: sono sempre piaciute alla gente le storie degli eremiti,
ma solo nei momenti più convulsi della storia i movimenti ascetico-rinunciatari ebbero un certo seguito: vegani o figli dei fiori, epicurei o slow life, neoruralisti, pellegrini in India o rifugiati in sanatorio stile Montagna incantata, ogni generazione ha avuto i suoi tiramigiù.
Del resto, una disomologazione di massa è tecnicamente difficile da immaginare. L’imprenditore
indiano che finanziò i satyagraha del Mahatma Gandhi sapeva bene «quanto mi costa la sua povertà». Per quanto sobrio e anticonsumista, il downshifter si serve comunque di merci che qualche “schiavo del sistema” dovrà pur rimanere a produrre.

Perotti mi risponde a un tecnologico cellulare, e il suo libro di successo è il prodotto di un’industria sostenuta da carriere come quella che lui ha abbandonato. Una scelta snob, accessibile a pochi, è l’accusa che si sente rivolgere più spesso, «da un dieci per cento di persone che invidiano il coraggio di chi ce l’ha fatta», reagisce lui, «e hanno paura di imitarlo». Ma poi riconosce che per “scalare la marcia” bisogna partire dalle marce alte, e se la rinuncia è difficilissima per i ricchi «che hanno troppo da perdere» è però accessibile soprattutto agli “abbienti” con paracadute economico, mentre è ardua per chi ha figli. Il downshifting è un’opportunità per yuppie pentiti. Chi rinuncia in partenza a ingranare la marcia, i cosiddetti neet (né lavoro né studio), stimati addirittura in due milioni in Italia, non appaiono coraggiosi a nessuno.

C’è, al fondo, un superomismo della “libertà di scelta”, una mistica del “cambiamento” condito da vago disprezzo per la “mediocrità” di chi non molla, che supera la sfera razionale. Del resto, i manuali sull’argomento hanno lo stile di certe ricette new age sulla ricerca della realizzazione
interiore, dell’armonia universale eccetera. «Aspirazioni legittime, purché siano consapevoli
che nessuno può rinunciare con letizia a una parte di sé», insiste Bolognini, «e se s’illude che sia solo un guadagno pagherà un prezzo duro».

 

Pubblicato il 3/8/2010 alle 11.56 nella rubrica Adesso basta - Rubrica a cura di Simone Perotti.

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