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Obbligo di rettifica anche per i libri?

L'intervista a Lorenzo Fazio, direttore editoriale di Chiarelettere sull'emendamento per l'editoria contenuto nel Ddl intercettazioni.
(da Radio radicale a cura di Emilio Targia)



Ascolta l'intervista



Il bavaglio sui libri
di Laura Cavallari, avvocato, da Il Fatto Quotidiano, 30 luglio 2010

Il disegno di legge sulle intercettazioni approvato dal Senato il 10 giugno 2010 e ora al vaglio della Camera dove sono stati presentati nuovi emendamenti modifica profondamente l’art. 8 della legge 8 febbraio 1948, n. 47, introducendo novità che destano gravi preoccupazioni. 
Oltre alla penalizzazione dei blog con il recente emendamento che impone, per i siti informatici compresi i giornali quotidiani e i periodici diffusi per via telematica, un termine di quarantotto ore dalla richiesta per la pubblicazione della rettifica, la più eclatante novità è l’introduzione dell’obbligo di rettifica anche per la stampa non periodica, non previsto dalla legge vigente. 
 
Il sesto comma dell’art. 8, nel testo approvato dal Senato, prevede che per la “stampa non periodica, l’autore dello scritto, ovvero i soggetti di cui all’articolo 57 bis del codice penale, provvedono su richiesta della persona offesa, alla pubblicazione, a proprie cure e spese su non più di due quotidiani a tiratura nazionale 
indicati dalla stessa, delle dichiarazioni o delle rettifiche dei soggetti di cui siano state pubblicate immagini o ai quali siano stati attribuiti atti o pensieri o affermazioni da essi ritenuti lesivi della loro reputazione o contrari a verità”.

La nuova previsione, che potrebbe apparire come una innocua estensione dell’istituto della rettifica, infligge in realtà un duro colpo alla libertà di espressione e di stampa, penalizzando ingiustificatamente il settore dell’editoria libraria. 

Il diritto alla rettifica, nella sua forma attuale, è uno strumento riparatorio sui generis, una sorta di correttivo al flusso di informazioni diffuse dai periodici e in particolare dai quotidiani. Esso non tende all’accertamento della verità oggettiva, ma serve a completare la notizia diffusa dal periodico con la verità soggettiva dell’interessato (la rettifica proviene dal soggetto “di cui siano state pubblicate immagini o ai quali siano stati attribuiti atti o affermazioni o pensieri da essi ritenuti lesivi alla loro dignità o contrari a verità”) il quale deve inviare la richiesta di rettifica allo stesso giornale che ha pubblicato la notizia – che così sopporta un costo modestissimo – per raggiungere gli stessi potenziali lettori. La norma oggi in vigore infine è diretta, attraverso la figura del direttore responsabile, all’impresa giornalistica, della quale questi è dipendente. 
La finalità correttiva e la natura 
mediatica dell’impresa che giustifica questo strumento di “autotutela tempestiva” sono confermate dalla sua presenza con caratteristiche quasi uguali negli altri settori mediatici dell’informazione: radio, tv e siti informatici.
In tutti i casi, la pubblicazione della rettifica è a costo zero ed è rivolta ai potenziali utenti, fruitori della notizia.

L'estensione del diritto di rettifica alla stampa non periodica effettuata dal nuovo testo dell’art. 8 snatura invece l’istituto, ne altera le finalità e impone costi elevatissimi a carico degli autori e, indirettamente degli editori, ledendo gravemente il diritto alla libera espressione del pensiero. La norma è inoltre indeterminata nel contenuto applicativo.
Innanzitutto quello dell’editoria libraria non è un settore preposto e strutturato per raccogliere e fornire informazione a ciclo continuo (non vi è infatti un direttore responsabile né gli autori sono dipendenti dell’impresa). I libri sono il libero prodotto creativo degli autori. 
La norma inoltre non prevede la pubblicazione sullo stesso mezzo (o sul sito dell’autore o dell’editore) ma su ben due quotidiani a tiratura nazionale, che non raggiungono lo stesso pubblico vanificando così la funzione di equivalenza informativa. 
La nuova norma impone inoltre un costo esorbitante – acquisto di spazi su due quotidiani nazionali – e lo pone per di più a carico dell’autore e, conseguentemente, anche dell’editore.

La rettifica viene così trasformata in una sanzione economica di peso insostenibile per l’autore, il quale non potrà più esprimersi se non verrà sostenuto dall’editore. Quest’ultimo subirà per questa via una penalizzazione enorme e una discriminazione ingiustificata rispetto al settore della stampa periodica. Il carattere sanzionatorio della rettifica sarà ancor più grave poiché non si risolverà nell’ambito delle stesse parti in gioco bensì si introdurrà la presenza di un altro soggetto – il quotidiano – che conferirà un crisma alla rettifica quasi risultasse da un accertamento giudiziario coinvolgendo inoltre un pubblico di milioni di lettori rispetto alle decine di migliaia del libro. Tanto più che, tra le novità introdotte dall’art. 8, è previsto che le rettifiche “devono essere pubblicate senza commento”.
Considerando che quello di rettifica è un diritto che si fonda sulla semplice percezione soggettiva che la notizia sia lesiva o inveritiera, le rettifiche possono essere meno vere delle notizie che intendono rettificare. In questo modo gli autori e gli editori che volessero replicare a sostegno delle proprie ragioni sarebbero costretti ad acquistare altri spazi sui due quotidiani nazionali che hanno pubblicato la rettifica con una spirale
di costi inarrestabile. Insomma basterebbe la pubblicazione di qualche libro inchiesta – pur correttissimo nell’informare ma scottante nei contenuti – per mettere al tappeto per la vita un autore o semplicemente in ginocchio un editore librario. Da ultimo occorre segnalare che questo nuovo tipo di rettifica non è neppure disciplinato nelle modalità di applicazione. 

Per la stampa periodica le rettifiche, da un lato, non possono superare un “limite di trenta righe” e, dall’altro lato, vanno pubblicate “in testa di pagina e collocate nella stessa pagina del giornale della notizia a cui si riferiscono”; per la stampa non periodica non è per nulla chiaro se si applichi il limite delle trenta righe né è chiaro il significato della “idonea collocazione e caratteristica grafica”, tanto più che l’autore non ha alcun controllo sulla pubblicazione nel quotidiano. Con la conseguenza che, ben lungi dal tutelare in maniera equilibrata i diritti e gli interessi delle parti coinvolte (persona interessata alla rettifica, autore, editore), la norma potrebbe avere come unico risultato concreto un aumento del contenzioso al fine di trovare una corretta interpretazione e applicazione del dato normativo.

Non facciamo morire i libri - L'appello dei giuristi

Pubblicato il 31/7/2010 alle 15.5 nella rubrica Contro il ddl intercettazioni.

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