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Dentro l'Opus Dei - Intervista a Emanuela Provera


Intervista a Emanuela Provera, autrice di Dentro l'Opus Dei
di Eleonora Bianchini
Blogosfere, 30 novembre 2009


L'abbiamo conosciuta in "Opus Dei segreta", l'inchiesta di Ferruccio Pinotti (BUR) sul movimento ecclesiale fondato da Escrivà de Balaguer. Emanuela Provera é una ex numeraria dell'Opera che, come tale, seguiva le attività formative della Prelatura nel celibato apostolico e devolveva all'Opus il proprio stipendio senza alcun accantonamento previdenziale.

Emanuela, prima testimone, é oggi autrice del libro di inchiesta "Dentro l'Opus Dei" (Chiarelettere, pagg. 240, 14 euro), un racconto da insider sulla manipolazione delle coscienze, il lavoro non retribuito, la mortificazione del corpo e l'espropirazione dei beni dei numerari dell'Opera. L'abbiamo intervistata.

Partiamo dalle basi: in che cosa consiste il metodo dell'Opera?
Direi proselitismo esasperato, alienazione della personalità, allontanamento dalla famiglia di origine, isolamento sociale e affettivo, formazione all'infantilismo e alla dipendenza dai direttori, controllo della cultura e dell'informazione per forgiare la vulnerabilità psicologica.

Veniamo al tuo libro. Cosa significa la mortificazione corporale per i numerari dell'Opus?
Mortificazione corporale significa negare al proprio corpo il rispetto che merita e negare ciò che reclama quando la passione tenta di travolgerlo. Significa dominare con "l'io superiore" la nostra zona d'ombra, per respingerla, comprimerla, rifiutarla. Mortificare il corpo è provare sete, fame, sonno, stanchezza, malattia, dolore fisico e scomodità, senza cercare immediatamente un sollievo.
Significa saper aspettare, attendere una ricompensa futura senza cercarla nel presente. Mentre viviamo sulla terra commettiamo colpe che possiamo espiare con la mortificazione corporale. La mortificazione corporale ci avvicina a Gesù, sconfitto. Nell'Opus Dei inoltre, per i numerari, sono previste modalità concrete per viverla, come l'uso del cilicio, della disciplina, dormire su un'asse di legno invece che sul materasso, fare la doccia fredda.

E quando sei uscita questa dimensione é venuta a mancare.
Sì. Ho imparato che è sufficiente una vita "normale", immersa nella realtà temporale per trovare le occasioni di sacrificio; non serve cercare il castigo del corpo con strumenti specifici che rischiano di produrre effetti negativi, specie sulla personalità di persone giovani.

Ad esempio?
Orgoglio, sentimenti di superiorità, isolamento dai coetanei, mancanza di naturalezza nei rapporti interpersonali, fino a sublimare perverse ricerche di una sessualità che rimane inespressa e, di conseguenza, immatura. Nell'Opera non è facoltativo l'uso degli strumenti come la disciplina, il cilicio e gli altri, e nei documenti interni si prevede la loro sospensione solo in caso di malattia o di circostanze particolari. Nasce una dipendenza nella misura in cui le persone sono indotte a pensare che vivere questi metodi è molto gradito a Dio, e la loro assenza, in assenza dei casi previsti, non è di buono spirito.

Quali sono gli elementi che ti hanno spinta ad uscire?
I metodi e lo stile di vita usati che ho descritto prima nell'Opera non provengono da errori personali, quanto da un imprinting istituzionale che si traduce, nel linguaggio opusiano, nello "spirito dell'Opus Dei" o "buono spirito" e che affonda le proprie radici nel cosiddetto "spirito fondazionale" fortemente voluto dal fondatore Escrivá de Balaguer e acriticamente trasmesso dai suoi immediati successori e collaboratori.

Nel tuo libro hai raccolto le testimonianze di ex numerari che hanno partecipato al forum riservato online di cui sei l'ispiratrice. Come é nata quell'iniziativa?
Gli ex numerari che ho potuto conoscere e incontrare dopo l'uscita di Opus Dei Segreta mi hanno suggerito di formare un gruppo di lavoro per sviluppare un confronto "terapeutico" tra noi ma anche per analizzare, documenti alla mano, la realtà dell'Opera in Italia. Analizziamo la rassegna stampa di settore per capire quale immagine traspare dell'Opus Dei nei media. Il forum si è rivelato interessante per prendere le distanze da approcci emotivi e personalistici. Talvolta le posizioni espresse dai partecipanti erano distanti ma si è sempre distinta con chiarezza la comunanza di esperienza e di disagio vissuta all'interno dell'istituzione. Il forum on line ha forti possibilità di proseguire per lungo tempo.   

Perché ancora oggi l'Opus riesce ad attirare giovani e famiglie?
L'Opera veicola tuttora un'immagine accattivante, giovane, moderna, ma per certi aspetti assolutamente fuorviante. Si presenta ad esempio come una istituzione fedele al Papa e al Magistero, disciplinata e senza scandali, efficace e responsabile nei servizi alle diocesi, portatrice di uno stile elegante e secolare. Certamente la maggior parte dei membri dell'Opus Dei è impegnata in iniziative importanti per la Chiesa e la società. Ma i numerari possono comprendere più facilmente dei  soprannumerari che tutto ciò è solo la "verità dichiarata" anche se non tutti, durante la permanenza nell'istituzione, avranno la capacità di elaborare razionalmente le contraddizioni dello stile di vita proposta dall'Opera.

Nel libro di Ferruccio Pinotti a cui hai collaborato, Amina Mazzali, ex numeraria dice: "Prima di essere ammessi all'istituto, era necessario sostenere un colloquio per stabilire le attitudini e le propensioni alla scelta del liceo e fu così che incontrai una numeraria dell'Opus Dei, tale Paola Binetti, psichiatra. [...] Aveva una capacità di persuasione e di influenza psicologica davvero incredibili. Alla fine mi convinse e mi iscrissi al Classico." Hai avuto modo di conoscerla personalmente? Quale era la sua reputazione all'interno dell'Opera?
L'ho conosciuta personalmente e ho parlato anche con lei dei disagi che vivevamo nell'Opera e delle possibili soluzioni per superarli; Paola sapeva focalizzare bene i problemi personali delle numerarie, mi suggerì soluzioni intelligenti ed efficaci; non ho mai compreso però se si rendesse conto che da insider non esisteva alcuna possibilità di rivedere le anomalie e le contraddizioni generate a livello istituzionale. Non avevo riscontri del fatto che i vertici dell'istituzione recepissero le sue corrette riflessioni.

Quindi gli insider manifestavano volontà di rinnovamento dall'interno dell'Opera?
Ci sono numerari che per anni si illudono di poter apportare quei cambiamenti di cui c'è estremo bisogno. Alcuni gettano la spugna e lasciano l'istituzione, altri, forse dotati di tempra e forte personalità resistono a lungo. Quanto alla reputazione che godono all'interno dell'Opera, queste persone non fanno carriera. Costantemente ho notizia di numerari che, dopo tanti anni di permanenza, abbandonano l'Opera. L'ultima è di pochi giorni fa.

Hai ricevuto minacce o intimidazioni dopo la tua prima testimonianza resa a Ferruccio Pinotti? E dopo la pubblicazione di questo libro?
Ho ricevuto tre intimidazioni, di cui una particolarmente aggressiva e triste che ha avuto conseguenze sulla mia vita. Per ora non voglio parlarne.

Durante gli anni da numeraria non disponevi del tuo stipendio, che devolvevi interamente all'Opera. Alla tua presentazione di Milano hai spiegato quanto fosse insolito anche andare in banca per aprire un conto corrente, fare un acquisto in un negozio, vedere la pubblicità sui giornali, accendere la televisione e leggere i quotidiani senza che venissero ritagliate le parti "sconsigliate". Cosa significa entrare nel mondo dopo l'uscita?
E' stato scioccante e liberatorio. Se per chiunque chiamare i propri genitori o relazionarsi con loro è un atto dovuto, libero, piacevole o meno, per chi esce dall'Opera, essendo stato numerario, è un'esperienza interiore nuova; così come comprarsi un paio di scarpe da tennis senza chiedere l'autorizzazione per farlo.

Quali sono state le difficoltà?
Senza voler banalizzare, per una donna, diventa difficile saper fare shopping senza badare in modo ossessivo a lunghezze di gonne, trasparenze di vestiti, timore di attirare l'attenzione morbosa di persone dell'altro sesso. Ma l'ostacolo più complesso da superare è la mancanza di autostima che può portare a scelte distruttive anche dopo l'uscita. Sono convinta che la negazione di un sostegno psicologico da parte dell'Opus Dei ai numerari che dopo aver lasciato l'istituzione, devono incominciare a vivere da persone comuni, sia una mancanza di carità. E' sleale e ingiusto abbandonare i propri "fratelli" che, per qualsiasi ragione, intendano proseguire il proprio cammino interore lontano dall'organizzazione.
Quanto alla dimensione liberatoria, provo la stessa sensazione di chi è scampato ad un campo di concentramento.

Cosa pensi di altri movimenti della galassia cattolica, come Comunione e Liberazione, i focolarini o il Rinnovamento nello Spirito?
Sono realtà che hanno portato una ventata di freschezza all'interno della Chiesa, ne fanno parte persone animate da buoni desideri e sinceramente votate all'ideale cristiano. Tuttavia in alcuni casi hanno perseguito scopi di natura temporale sfornando, ad esempio, preti-manager, specie nel settore sanitario, o fomentando una esaltazione acritica e nociva del mercato nelle persone che si avvicinano a queste realtà ecclesiastiche senza intenzioni spirituali o religiose. Succede così che, in uno stesso movimento, conviva l'azione pulita della base e il cinismo torbido di chi conclude affari economici, ovvero dei vertici, che sfruttano un'immagine angelica ed evangelizzatrice che non corrisponde alla realtà dei fatti. Ecco perché l'associazionismo cattolico genera posizioni contrastanti, forte repulsione da una parte e una singolare adesione acritica, fanatica dall'altra.  

A proposito di gerarchie: nel tuo libro é tangibile la "buona fede" della base in contrasto con le costrizioni fisiche e le imposizioni che provengono dai vertici, dalla ritualità nel giorno della mortificazione alla gestione del denaro. Esiste un movimento all'interno della Chiesa in cui non avverti contrasti così stridenti tra la base e il vertice del movimento?
Non posso affermare con certezza che esistano movimenti cattolici "sani", ossia senza frattura tra base e vertice.

Nella quarta di copertina si legge: "Emanuela Provera, cattolica." Cosa significa credere ancora nell'istituzione della Chiesa dopo 14 anni vissuti da numeraria all'interno dell'Opus Dei?
Per seguire il mio percorso interiore, cattolico, sono dovuta uscire dall'Opera che, lentamente, soffocava la mia dimensione spirituale. Oggi credo nella Chiesa con maggiore consapevolezza nella sua "componente" umana. Pur vedendone i limiti so che Dio l'ha già redenta.

Cosa significa credere?
Per me é scoprire le molte occasioni della vita per parlare di Dio attraverso le persone che mi sono vicine, con gli amici, talvolta con gli sconosciuti. E vuol dire anche frequentare, finalmente, la realtà ecclesiale - visto che durante la mia permanenza nell'Opera non ho mai vissuto appieno la realtà diocesana-, con tutti i problemi e le povertà umane che esprime e genera. Significa anche trovare quel Gesù storico del Vangelo che non condanna ma perdona, che non chiude ma apre ad una libertà interiore profonda e impegnativa al tempo stesso. Nella Chiesa di Gesù convivono il buon grano e la zizzania. Insieme, sempre. Non ci è mai stato promesso un paradiso terrestre. La mia fede nella Chiesa è sostenuta dalla Grazia. Continuare ad approfondire la fede cattolica è inoltre un'esigenza di carattere culturale, che nasce dal senso della tradizione.

Cosa é rimasto dei 14 anni trascorsi dentro l'Opera?
Non ha torto Marcello dell'Utri quando afferma "l'impronta che l'Opera lascia sugli uomini che ha formato è indelebile"; come è ovvio, mi è rimasto molto dell'Opera e di quegli anni, ma non c'è praticamente nulla di cui provo nostalgia. Nell'Opera si disimpara ad avere fiducia nella capacità dell'uomo di aderire liberamente ad un Dio che ci salva. La formazione consiste infatti nel travasare una serie di prescrizioni ascetiche, dottrinali, apostoliche nella mente e nel cuore delle persone, come se queste non avessero la possibilità interiore di elaborare autonomamente un legame con Dio, ossia un legame religioso. La creatività, l'ingegno e l'intelligenza non hanno possibilità di esprimersi in pienezza, ciascuno sparisce nel "pensiero unico" propinato come "spirito dell'Opera", santo, perenne e voluto da Dio.
Mi chiedo se la ricerca spirituale e la vita di fede che conduco ancora oggi siano eredità dell'Opera o frutto della Grazia. Non lo so.

Pubblicato il 16/12/2009 alle 16.26 nella rubrica Dentro l'Opus Dei.

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