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L'illusione del nation building

di Loretta Napoleoni*
Fonte: Internazionale.it
6 novembre 2009

In Afghanistan la democrazia occidentale è un modello inapplicabile. Agli Stati Uniti servono idee nuove su come portare pace e benessere in un altro paese.

Nel ventesimo anniversario della caduta del muro di Berlino gli Stati Uniti stanno perdendo la guerra in Afghanistan, un paese che indirettamente contribuì al crollo della cortina di ferro. Negli anni ottanta i mujahiddin afgani combatterono il jihad antisovietico proprio come oggi le forze della coalizione occidentale danno battaglia ai taliban e ad Al Qaeda. Nel febbraio del 1989, dopo una ritirata lunga, dolorosa e umiliante, gli ultimi militari sovietici uscirono dall’Afghanistan, pochi mesi prima dell’implosione del sistema sovietico. Senza quella sconfitta, oggi forse non potremmo festeggiare i vent’anni dalla fine della guerra fredda e l’Europa unita.

Ma oggi l’Afghanistan determina ancora una volta il nostro futuro. E, paradossalmente, il cimitero di una superpotenza è diventato il campo di battaglia dell’altra, cioè degli Stati Uniti, che finanziarono i mujahiddin insieme ai sauditi e che hanno usato questo paese così ostile per sconfiggere l’Unione Sovietica.

Le analogie tra le due guerre sono molte. I generali sovietici non facevano che chiedere più uomini per controllare quel territorio, dove la moderna macchina da guerra non funzionava. Le armate degli Stati Uniti e della coalizione occidentale sono di fronte allo stesso problema: le consuete tattiche belliche non danno i risultati sperati e ogni vittoria porta con sé altrettante illusioni.

Come scoprirono a suo tempo i generali sovietici, in Afghanistan è del tutto inutile conquistare un villaggio, perché il giorno dopo i terroristi riprendono il controllo delle sue strade. I taliban sono sfuggenti come i mujahiddin: la sera svaniscono sulle montagne e la mattina dopo sono lì che sparano di nuovo.

Le due guerre si somigliano anche sotto il profilo geografico. Durante il jihad antisovietico gran parte dei combattimenti si svolse nel sud dell’Afghanistan, verso il confine con il Pakistan, dove i mujahiddin si rifugiavano per sfuggire ai sovietici. Oggi i taliban e Al Qaeda hanno il loro quartier generale a Quetta, in Belucistan. La maggior parte dei morti sovietici cadde nelle province di Kandahar e di Helmand, che anche in questa nuova guerra afgana sono le zone più instabili. Ma la somiglianza che colpisce di più riguarda l’obiettivo finale delle due guerre: trasformare l’Afghanistan in un paese amico facendone un replicante della superpotenza che lo invade. Uno stato satellite dell’universo sovietico vent’anni fa, una democrazia all’occidentale oggi. Pericoloso, come esercizio di nation building.

Il passatempo preferito di Washington
Fino alla caduta del muro di Berlino gli Stati Uniti si erano mossi con cautela in questo gioco, che sembrava piacere a Mosca. Due tentativi - la trasformazione della Germania e del Giappone in paesi democratici - erano andati bene, anche se Washington ha davvero ultimato il suo compito solo con la riunificazione tedesca del 1990. La caduta del muro di Berlino aveva dimostrato che la democrazia era esportabile. Forse, dopo aver visto gli europei fare a pezzi il muro a mani nude pur di ricongiungersi con parenti e amici dall’altra parte della barriera della guerra fredda, la Casa Bianca si era convinta che la democrazia era l’arma più potente di cui disponeva. Questo spiegherebbe perché, dagli anni novanta in poi, il passatempo preferito di Washington sia diventato il nation building.

Da uno studio condotto dalla Rand corporation nel 2003 risulta che sulle 55 operazioni di pace organizzate dagli Stati Uniti dal 1945, 41 sono successive al 1989. Gli interventi di Washington sono sempre stati seguiti da iniziative di nation building, ma il bilancio è pessimo. Dalla Somalia nel 1993, passando per il Ruanda, la Bosnia e il Kosovo, ogni volta “gli Stati Uniti hanno guidato un intervento di portata più vasta e più ambizioso del precedente”, conclude il rapporto.

George W. Bush ha criticato i tentativi di diffondere la democrazia di Bill Clinton, ma dopo l’11 settembre si è impegnato in un importante e ambizioso progetto di nation building in Afghanistan e in Iraq. Nessun presidente americano eletto dopo la guerra fredda, compreso Obama, ha capito che l’elemento principale del nation building non è la ricostruzione economica, ma la trasformazione politica.

Così gli americani stanno facendo gli stessi errori dei sovietici. In Somalia, ad Haiti e in Afghanistan Washington non è riuscita a insediare dei veri governi democratici, perché tutti e tre i paesi sono lacerati da divisioni etniche, socioeconomiche o tribali. Quanto all’Afghanistan, sembra proprio che la democrazia di stampo occidentale sia il modello sbagliato da applicare. L’Urss è crollata a causa dell’obsolescenza del modello economico e politico su cui poggiava. Il Cremlino non ha saputo modernizzarsi e la sua sfortunata guerra in Afghanistan l’ha dimostrato.

Quanto agli Stati Uniti, corrono lo stesso rischio se la loro modernizzazione si limiterà all’elezione di Barack Obama. Avrebbero bisogno anche di un’idea nuova su come portare la pace e il benessere in un altro paese.

*Loretta Napoleoni è un’economista italiana che vive a Londra. Il suo ultimo libro pubblicato in Italia è La morsa. Le vere ragioni della crisi mondiale (Chiarelettere, 2008).




Pubblicato il 7/11/2009 alle 11.57 nella rubrica La morsa.

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