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Noti Segreti: tutti sapevano che Aldo Moro era in via Gradoli

Nuove rivelazioni confermano le tesi de "L’Anello della Repubblica"

di Stefania Limiti*

Ma allora… tutti sapevano di via Gradoli, e cioè che la prigione di Aldo Moro era proprio in quella via della capitale, proprio come suggeriscono testimonianze ed indizi raccolti nel capitolo dedicato ai 55 giorni de "L’Anello della Repubblica". Anzi, a leggere il racconto di Francesco Fonti a Riccardo Bocca, uno dei migliori giornalisti de “L'Espresso'', sembra proprio che si tratti di un pezzetto da aggiungere a quanto scritto nel libro.

Il pentito della 'ndrangheta, che ha permesso anche di individuare sui fondali a largo della Calabria la cosiddetta “nave dei veleni', racconta, come tanti altri testimoni ricordati nel libro, di aver avuto l’incarico dal suo capo, il boss Sebastiano Romeo, di recarsi a Roma e ficcare il naso nel caso Moro. E’ troppo il clamore del rapimento, disturba gli affari e poi da Roma, dalla Dc, era arrivata la richiesta di aiuto, impossibile ignorarla: "tramite i nostri paesani e i contatti che hai con quei cazzi di servizi segreti vedi di capire dove hanno nascosto Moro". Fonti, perfetto soldato criminale, va e obbedisce, salvo poi trovarsi di fronte ad uno stop chiaro quanto inaspettato: "sei stato bravo" gli dice infatti alla fine il suo boss, tra il 9 o il 10 di aprile, dopo che Fonti aveva fatto il suo lavoro: "peccato che da Roma i politici hanno cambiato idea". La richiesta iniziale non contava più: evidentemente Moro vivo non interessava più a quelle persone. Cosa aveva scoperto, nel frattempo, lo scaltro Francesco Fonti, grazie anche alla sua fonte nel Sismi, un certo ''Pino'' - conosciuto anni prima tramite Guido Giannettini, amico di Adalberto Titta (il capo operativo dell’Anello)? Che Aldo Moro si trovava in via Gradoli 96, dove fu scoperta solo il 18 aprile la base brigatista, con l’ormai famosa modalità pilotata, cioè quando dentro non c’era più nessuno. E come era giunto Fonti a quella certezza? Tramite i suoi contatti con la Banda della Magliana che, del resto, erano arrivati anche a Forte Braschi: Fonti il 4 aprile incontrò il direttore del Sismi Giuseppe Santovito, tramite Pino, e quello gli chiede se ha notizie precise riguardo ad un appartamento in via Gradoli 96. "Gli rispondo che, in effetti, ho sentito questo indirizzo da amici, e lui commenta: ‘Tutto vero, Fonti: è giunto il momento di liberare il presidente Moro'. In ogni caso, aggiunge congedandomi, 'teniamoci in contatto tramite Pino"...

Dunque anche il pidduista Santovito sapeva… ed anche l’Anello di Adalberto Titta, tramite i suoi contatti con il boss della Camorra Raffaele Cutolo, aveva saputo in tempo reale dove fosse la prigione di Moro e cioè, con buone probabilità, via Gradoli. Questa ipotesi, è bene ricordarlo, è stata solo brevemente presa in considerazione dagli inquirenti: poi si è sempre affermato che l’unica prigione di Moro sia stata quella di via Montalcini. Ammettendo la prima possibilità, infatti, lo Stato avrebbe incolpato se stesso della morte di Moro.

Titta era molto amico dell’avvocato Francesco Gangemi, difensore e amico, a sua volta, di Raffeale Cutolo. Gangemi è un uomo chiave dei molteplici contatti che sono stati intrecciati da Camorra, Banda della Magliana - all’interno della quale don Rafè aveva i suoi fidati ‘inviati’ - e l’Anello. Democristiano, avvocato di fiducia e testimone di nozze di Raffaele Cutolo, fu Gangemi a far da tramite nei contatti tra Cutolo e Titta nei cinquantacinque giorni del sequestro di Aldo Moro: un copione che sarà ripetuto successivamente quando l’ostaggio sarà il Dc napoletano Ciro Cirillo, un pezzo da novanta del partito ma senza la statura del più sfortunato collega. Al magistrato romano De Ficchy, che aveva aperto una specifica inchiesta sulle trattative sotterranee durante i cinquantacinque giorni, Cutolo non esitò ad affermare che "a rivolgersi a lui, a nome della democrazia cristiana, era stato l’avvocato calabrese Francesco Gangemi". Il potente capo della Nuova Camorra Organizzata si diede molto da fare, ma solo fino a quando qualcuno nella Dc gli suggerì di farsi i fatti suoi. La storia dei suoi contatti con le Br è nota: don Rafè la raccontò pure davanti alle telecamere.

Cutolo, per la sua missione speciale, si rivolse al gruppo di Giuseppucci, non uno qualsiasi ma il capo della Banda della Magliana fino al settembre del 1980: l’intermediario era Nicolino Selis, suo ambasciatore nella capitale, uno che controllava la zona di Acilia, alla periferia della capitale per conto della Banda della Magliana e che voleva a tutti i costi creare una ‘colonna’ romana della Nuova Camorra: "A dire di Selis - confidò Cutolo al magistrato - la prigione del parlamentare democristiano si trovava nei pressi di un appartamento che egli [Selis] teneva come nascondiglio per le sue eventuali latitanze". Il boss stava alludendo a via Montalcini? Nomi di vie non ne ha fatti. C’è solo da notare che difficilmente Selis intendeva riferirsi ad una via in piena zona della Magliana, nella periferia ovest della capitale, dove si trovava via Montalcini, a meno che non si nascondesse, quando gli sbirri gli stavano troppo addosso, proprio nel suo quartiere, cioè là dove avrebbero potuto stanarlo meglio. Disse Cutolo: «Avrei potuto salvare la vita dell’onorevole Moro perché, grazie a informazioni ottenute da alcuni membri della Banda della Magliana, avevo saputo dove era la sua prigione. Mi incontrai con il sedicente “inviato di Cossiga” che mi promise persino sconti di pena. Ma in seguito ricevetti una visita del mio fedele luogotenente Vincenzo Casillo, latore di un messaggio di alcuni politici campani: "Don Rafè, facitevi’e fatte vuoste'". L’inviato di Cossiga, rivelò poi Cutolo, era Nicola Lettieri, il sottosegretario all’Interno che durante i 55 giorni del sequestro, come abbiamo già visto, guidava il «comitato di crisi» del Viminale.

L’intermediazione del capo della Camorra campana si fermò, dunque, di fronte ad uno stop, un altro dopo quello opposto a vari altri interlocutori. Nicolino Selis, che fornì a Cutolo indicazioni sul luogo della prigione, non può certo confermare: scomparso nell’1981, il suo cadavere non è mai stato trovato, forse sotterrato ad Acilia, vicino al Tevere, coperto con la calce viva.
Non è finita la lista delle segnalazioni di via Gradoli: al contrario, è assai lunga. Ed un ex appartenente all’Anello ha anche detto esplicitamente di aver saputo, durante il sequestro, che Moro si trovava in via Gradoli ma che all’Anello, pronto a fare il blitz, fu ordinato di stare a guardare.

Sarebbe sbagliato considerare la questione alla stregua di un esercizio dietrologico: la pista di via Gradoli come prigione di Moro porta infatti, inevitabilmente, alla conclusione che la prigione era nota allo Stato ma che l’ostaggio non doveva essere salvato. Se in via Gradoli è stato tenuto Moro, come fanno supporre i tanti elementi esposti, sarebbe più comprensibile il grande mistero creato attorno a questo nome, nonché l’urgenza di evacuare quella sede facendo ricorso a metodi stravaganti, come un procurato allagamento.

Francesco Fonti, dunque, fornisce un nuovo tassello a questo intreccio di misteri omertosi e si dà pure una risposta ad alcune stranezze: nel 1990 era nel carcere di Opera insieme a Mario Moretti e si accorse che il capo delle Br riceveva ogni mese una busta con un assegno circolare. "Qualche tempo dopo - ha rivelato Fonti - un brigadiere che credo si chiami Lombardo mi confida che, per recapitare i soldi (del ministero dell'Interno, ndr) lo hanno fatto risultare come un insegnante di informatica, e in quanto tale è stato retribuito. L'ennesimo mistero tra i misteri del caso Moro, dico a me stesso; l'ennesima zona grigia in questa storia tragica". Ed è la prima volta, dopo tante allusioni alla doppiezza della sfinge delle Br, che arriva una accusa affilata come una lama contro Mario Moretti.

Stefania Limiti è autrice de "L’Anello della Repubblica" (Chiarelettere, 2008)

 

Pubblicato il 24/9/2009 alle 17.43 nella rubrica L'Anello della Repubblica.

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