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Il silenzioso lavoro di chi smantella la sicurezza dei lavoratori


di Salvatore Giannella

La strage continua, l’elenco dei morti sul lavoro si allunga di giorno in giorno, di ora in ora: con Fabio Costanzi e Jadav Ramjas, direttore e operaio della Marconi Gomma a Sasso Marconi (Bologna) il contatore dei lavoratori che non tornano più a casa si avvicina a mille, 926 per l’esattezza e l’anno non è ancora finito. Poche ore prima era toccato a Rizi Stazimiri, volato dal tetto di un capannone dell’interporto di Guasticce, a Livorno: era sposato da tre settimane con Dorina, che ha perso anche il figlio che portava in grembo da due mesi, non ha resistito allo choc della tragedia. La strage continua in maniera così insopportabile che il mondo della politica torna a esprimere, unanime, il proprio “sgomento”. Lo fanno anche nomi importanti delle istituzioni e del centrodestra al governo.

Lo fa il presidente della Camera, Gianfranco Fini, che al prefetto di Bologna Angelo Tranfaglia ha scritto che “è dovere delle istituzioni moltiplicare gli sforzi per combattere il fenomeno delle morti bianche che si sta purtroppo affermando come un’emergenza sociale intollerabile per un paese moderno e civile”. Lo fa la Lega, che per bocca di Angela Maraventano e Armando Valli assicura che “faremo quanto più possibile perché la commissione speciale del Senato lavori alacremente per dare una risposta legislativa alle morti bianche”. Lo fa lo stesso ministro che sovrintende al Lavoro, Maurizio Sacconi, pronto ad annunciare che il governo intende rendere più effettive le condizioni di sicurezza sui posti di lavoro.

Ma un lavoro alacre c’è stato, negli ultimi sei mesi di governo di centrodestra. Alacre e silenzioso. Sono state apportate ben 11 modifiche alla legge 81, il “Testo unico sulla sicurezza”, che era stata l’ultima norma approvata dal governo Prodi. In “Gazzetta Ufficiale” era stata pubblicata proprio in un giorno simbolo per il mondo del lavoro: il 1° maggio scorso. Undici modifiche negative, senza alcun accordo preventivo con le parti sociali. Undici modifiche che, a colpi di cacciavite, hanno svitato i bulloni di un’impalcatura già malferma.

Le ricostruiamo con l’aiuto di Roberto Rossi, cronista dell’Unità, e dell’ex ministro del Lavoro Cesare Damiano che l’inapplicata legge 81 fortemente volle. Il primo bullone salta con il decreto sui rifiuti in Campania. C’è un’emergenza e si deroga alle norme sul lavoro sicuro. Si continua poi con il cosiddetto decreto “proroga termini”. Vengono differiti la comunicazione all’Inail dei dati relativi agli infortuni, le norme in materia di visite mediche, il documento di valutazione dei rischi la cui presentazione è stata rinviata al gennaio 2009. Vengono abrogate le misure che prevedevano la responsabilità solidale tra committente e appaltatore per la regolarità delle ritenute fiscali. Con la manovra Finanziaria viene poi meno l’obbligo, per i datori di lavoro e i dirigenti, di munire i lavoratori di apposita tessera di riconoscimento nei cantieri dell’edilizia. E si modificano alcune norme in materia di orario di lavoro, variando le definizioni di lavoratore notturno e di lavoratore mobile. E ancora: si consentono deroghe a contratti aziendali e territoriali in materia di riposo giornaliero, pausa, modalità di organizzazione del lavoro notturno e durata dello stesso. E con la formula della semplificazione si consente, al datore di lavoro, nei casi di effettuazione di lavoro straordinario e di lavoro notturno, di eliminare l’obbligo di informare la direzione provinciale del lavoro.

Un disegno organico che culmina il 18 settembre scorso con la delibera del mnistro del Lavoro Maurizio Sacconi, che ama autodefinirsi “socialista”. Quindici pagine destinate agli ispettori il cui succo è: non accanitevi troppo con le imprese.

“Chiederò al prossimo governo di rivedere la legge 81”, aveva tuonato il presidente della Confindutria Emma Marcegaglia, subito dopo l’approvazione del Testo unico sulla sicurezza.
Il governo del fare ha risposto immediatamente. Ma fare non basta: bisogna fare bene. E in questo caso si è fatto con cinismo. Allontanando il nostro Paese ancor di più dalla Svezia dove da anni hanno quasi azzerato le morti in fabbrica, come racconto nel mio libro per Chiarelettere Voglia di cambiare. E da dove è arrivata in passato la proposta (finora senza risposta) a lavoratori e imprenditori italiani di corsi di aggiornamento professionale sulla sicurezza da tenersi in Svezia.

I nomi di Costanzi, Ramijas, Stazimiri e di altri vanno ad aggiungersi alle migliaia, sparsi nelle cronache di tutti i giorni alla voce, meno allarmante di omicidi, «disgrazie sul lavoro» o «morti bianche». All’Inail hanno contato 926 morti sul lavoro dall’inizio del 2008, 926.830 infortuni sul lavoro e 23.170 lavoratori rimasti invalidi dopo un incidente: è il bollettino della «guerra a bassa intensità» che denuncia l’Anmil, l’Associazione dei mutilati e invalidi del lavoro.

Li abbiamo già quasi dimenticati, i nomi dei sette operai caduti sulla trincea della ThyssenKrupp di Torino. E tutti gli altri caduti dalle Alpi alla Sicilia in questo nuovo anno nero per il lavoro in Italia. Presto saranno dimenticati anche i caduti di Sasso Marconi e Rizi Stazimiri, che nel suo volo mortale ha trascinato anche la creatura che sua moglie aveva in grembo.

Pubblicato il 18/11/2008 alle 22.26 nella rubrica Voglia di cambiare.

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