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Giustizia, sanzione, vendetta – 2


TOGHE ROTTE: LA RUBRICA SULLA GIUSTIZIA DI BRUNO TINTI


Va bene, le pene sono quelle che sono; e i giudici sono troppo buoni, il massimo non lo danno mai. Ma almeno le scontino queste pene; e non succeda che, dopo pochi anni, gli venga abbuonato quello che gli manca e questi tornino liberi! Magari a delinquere di nuovo. E comunque non è giusto, ha ucciso mia figlia, mio padre, mia moglie, è stato condannato a 30 anni e adesso, dopo 16, è fuori.

Anche questo però è previsto dalla legge. E la legge può essere abrogata, può essere modificata; ma, fino a che c’è, il giudice la deve applicare.

Ora intendiamoci bene; non è che sia obbligatorio concedere la semi libertà (dopo aver scontato metà della pena si esce dalla prigione di giorno, si va a lavorare e si torna la notte a dormire in cella). Si può, anzi si deve, non concederla quando non ve ne siano i presupposti. Dunque quando taluno ha partecipato a rivolte carcerarie, ha picchiato i compagni di cella, non ha voluto lavorare, ha cercato di evadere; insomma quando si è “comportato male”, certo il beneficio della semi libertà non lo avrà. Ma, se durante il periodo di detenzione ha lavorato, ha studiato, ha aiutato i compagni, ha cercato di diventare diverso e migliore rispetto a quello che era quando ha commesso il reato per cui è stato condannato; siamo certi che un po’ di perdono non debba essergli concesso?

A questo punto il problema è, naturalmente, essere sicuri che questa persona, a cui stiamo aprendo le porte del carcere, sia diversa da quel delinquente dietro cui le abbiamo chiuse anni prima. E, per l’ennesima volta (ma credo che lo farò spesso), vi rimando al post del 12 agosto, là dove ho cercato di spiegare che cosa debba intendersi per sentenza “giusta” o “sbagliata” e come sia sempre “giusta” la sentenza adottata nel rispetto della legge e in base agli elementi di fatto e di diritto di cui il giudice dispone nel momento in cui la emette. Perché di giustizia umana si tratta e dunque fallibile.

Certamente le vittime del reato, quelle che vogliono vendetta, non vogliono sentir parlare di “recupero”, di “cambiamento”, di “perdono”; e dal loro punto di vista hanno ragione. Ma, come sto ripetendo anche troppo, vendetta e sanzione sono cose diverse. E se la sanzione diventa ingiusta perché la persona che la deve subire non la merita, meglio dire: non la merita più, allora non è poi male se l’ordinamento ne prevede un ammorbidimento.

Certo, si debbono abolire alcuni istituti perdonistici (sono davvero troppi!); e alcuni che appaiono del tutto irrazionali (mi riferisco alla legge Gozzini) andrebbero quantomeno modificati. E i giudici dovrebbero piantarla di applicare quasi sempre i minimi di pena a tutti, senza differenziare la gravità e il numero dei reati. Spesso 10 furti finiscono con l’essere puniti con un paio di mesi di più rispetto ad un unico furto. Ma riflettiamoci bene prima di indignarci per il lassismo giudiziario e la non certezza della pena: quando Jean Valjean (già ladro per fame, aveva rubato un pezzo di pane) ruba i candelieri a Monsignor Myriel, vescovo di Digne, secondo la legge del tempo avrebbe dovuto finire in prigione e passarvi il resto dei suoi giorni. Ma il vescovo capisce che egli sarebbe diventato un uomo diverso e lo perdona; capisce “quanto” è stato cattivo e “quanto” può essere buono. Chi di noi, avendo un figlio che sbaglia non vorrebbe dargli una seconda possibilità?
Insomma la vendetta è un bene per pochi; la sanzione è cosa giusta per tutti.


Pubblicato il 20/10/2008 alle 20.41 nella rubrica Toghe Rotte.

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