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Non chiamiamoli zingari


Quella rom e sinta è una cultura orale e questo ha fatto sì che, nei secoli, la loro sia stata sempre “una storia scritta dagli altri” e alla quale si sono sempre dovuti adattare. Oggi, nei rapporti con loro, non c’è bisogno di azioni discriminatorie o di buonismo. Occorre solo e unicamente conoscere la verità. Un amico frate rom, citando il Vangelo di Giovanni, mi ricordò: “Conoscete la verità e la verità vi renderà liberi”.

Un paio di mesi fa si è pensato di voler dare un documento d’identità ai bambini rom che vivono nei campi nomadi e per questo è stato proposto di prendere loro le impronte digitali. Ma il 70% dei rom e dei sinti che popolano i campi nomadi sono italiani a tutti gli effetti. Il 70% dei bambini che vivono nei campi nomadi un documento d’identità, rilasciato da Comuni italiani, lo avevano già perché sono italiani.
E’ questo che ha fatto pensare che in Italia si stessero per effettuare delle schedature su base etnica.
Qualche giorno prima il Prefetto di Milano, al fine di un completo rilevamento, aveva deciso che tutti i rom residenti nella città di Milano dovevano essere schedati dalla polizia.
Così, anche nel campo di via Impastato, quaranta cittadini italiani di etnia rom sono stati schedati e fotografati senza neanche tener conto di eventuali fedine penali pulite.
Fra i tanti è stato schedato anche il ragionier Giorgio Bezzecchi: italiano di etnia rom, vice presidente dell'Opera Nomadi Nazionale, consulente del Comune di Milano, medaglia d'oro al Valore Civico. Con lui tutta la sua famiglia e il padre sopravvissuto ai campi di concentramento. Chissà cosa avrebbe pensato il defunto zio del ragionier Bezzecchi se avesse assistito a queste scene dopo che, durante il periodo nazifascista combatté da partigiano e alla fine della guerra fu insignito della Medaglia d'Oro.

Purtroppo quella rom e sinta è una cultura poco conosciuta se non misconosciuta.

Gli zingari rubano i bambini: un mito assolutamente da sfatare
L’Università di Verona ha condotto una ricerca nelle principali Procure italiane. E’ stato preso in esame il ventennio che va dal 1986 al 2007. Ebbene neanche un caso, neanche un isolato, piccolissimo caso. Nessun rom è mai stato condannato per questo reato. Al contrario nella civilissima Svizzera dal 1926 al 1972 il governo, attraverso il progetto  “Bambini di strada” portò via agli jenische (gli zingari svizzeri) i figli. Si voleva spezzare il male del nomadismo togliendo, in maniera forzosa e definitiva, alle famiglie zingare i rispettivi figli per “trapiantarli nella terra buona” ovvero dandoli in adozione a famiglie svizzere. Ogni contatto con le rispettive famiglie doveva essere evitato.
Ciò che resta oggi negli zingari vittime di queste “azioni umanitarie” sono solo “vergogna, lesioni, dolore e circa 10.000 euro di risarcimento” come mi ha ricordato Mariella Mehr: la grande scrittrice jenische, ora residente in Toscana e vittima lei stessa del “programma” svizzero.

Ma sui risarcimenti dovuti e mancati al popolo rom e sinto si potrebbero riempire scaffali interi.
Durante la seconda guerra mondiale in circa 500.000 furono uccisi nei campi di concentramento. Terminato il conflitto gli Alleati imposero alla Germania di risarcire tutte quelle persone che erano state perseguitate per motivi di razza ma, nel caso dei rom e dei sinti, il loro sterminio venne fatto passare per un “piano di prevenzione della criminalità” e non per genocidio. E così, con un abile gioco di parole, a questo popolo vennero negati i risarcimenti dovuti. Gli zingari vivevano sparpagliati, non avevano rappresentanze ufficiali, erano invisi a tutti: di conseguenza chi si sarebbe lamentato mai per dei soldi pubblici negati a degli zingari?

Anche oggi in Italia ci sarebbe qualcosa da dire. Perché i rom e i sinti non sono riconosciuti una minoranza Etnico Linguistica o una Minoranza Nazionale? La negazione di questo status nega loro ogni beneficio cui avrebbero diritto.

Dobbiamo conoscere meglio questa etnia così diversa dalla nostra. Sarebbe un bene per noi e per loro. Dobbiamo conoscere le difficoltà con cui sono costretti a convivere quotidianamente.

I Campi Nomadi
Ci battiamo per l’abolizione degli zoo, ma mettiamo in piedi campi zingari nei posti peggiori: ai margini delle discariche fra topi e spazzatura. E in questi posti ghettizziamo e umiliamo degli esseri umani. E vorremmo poi si piegassero in quattro al nostro passaggio per ringraziare la nostra magnanimità. In questi campi di segregazione come si pensa possano venir fuori i bambini? Quello che è sotto gli occhi di tutti è l’effetto non la causa. La maggior parte dei rom e dei sinti che vivono nei campi nomadi sono poveri e i poveri vivono sulla propria pelle tutti i problemi.
I Campi Nomadi, così come sono concepiti oggi, rappresentano una soluzione tutta italiana. La segregazione istituzionalizzata. Il nomadismo è definito una caratteristica culturale se non genetica come si diceva durante il nazismo. Nessun antropologo al mondo può affermare con certezza se quello rom e sinto è un nomadismo scelto o imposto. Pochi sono gli studiosi che hanno posto la loro attenzione sui rom e sui sinti. E forse è un bene perchè l’unica volta che la scienza volse lo sguardo sugli zingari fu durante il periodo nazista e per sterminarli tutti. In quell’occasione ci fu la più grossa e costosa ricerca sui rom e sui sinti che mai sia stata effettuata nella storia dell’umanità.

Neanch’io so se sono nomadi per scelta o per forza, ma è certo che la loro è una storia di continue persecuzioni.
La Serenissima Repubblica di Venezia nel 1558 stabilì che gli zingari potevano essere uccisi senza pena.
Addirittura nel diario di un signorotto danese del 1600 si trova scritto il seguente resoconto: “durante l’odierna battuta di caccia sono stati ammazzati numero due cinghiali, numero tre fagiani e numero uno zingaro con relativo bambino”.
In Romania per 400 anni e fino al 1864 i rom vennero catturati nelle campagne e venduti in piazza come schiavi.
Alla luce di questi e di altri migliaia di esempi, l’unica possibilità concreta di sopravvivere era il viaggio. Il nomadismo.
Ancora oggi in Bulgaria, Romani, Albania si fugge da quartieri in cui epatite, poliomielite, tubercolosi, se non sono diventate endemiche, sono certamente una delle principali cause di decesso. A Plovdiv, seconda città della Bulgaria, esiste il quartiere di Stolipinovo dove sopravvivono 40.000 rom e dove la ricerca di avanzi di cibo nei cassonetti della spazzatura è l’unica fonte di sostentamento e dove il magnaccia è un benefattore e dove i sogni si esauriscono in un bicchiere di grappa bevuto la sera.
Nomadismo come necessità.

Con una storia di persecuzioni e di pregiudizi, oggi che i loro mestieri (giostrai, artigiani, addestratori di cavalli) stanno scomparendo, anche il lavoro diventa un problema. Quanti di noi assumerebbero un cameriere zingaro o una badante zingara, anche nel caso ci avessero fatto una buona impressione? Persino il maggior cardiochirurgo bulgaro è rom e mi pregò di non rivelare la propria appartenenza etnica temendo di perdere pazienti.
Questa è realtà, non buonismo.
Sono generazioni che il popolo rom e sinto è colpevole sulla fiducia.
In questo stato di cose, per uno zingaro che volesse partecipare alla vita attiva della nostra società, l’unica possibilità è nascondere le proprie origini.
Nel mio libro ho voluto raccontare la storia dolorosa di una neurologa, rom per parte di madre, che ha scelto di nascondere le proprie origini ai colleghi di ospedale e persino al marito. Così motivò la sua scelta:
“Amo mio marito, amo la mia bambina. Perché coinvolgerli in un’avventura che non avrebbe fine?”

Ma la neurologa non è l’unico caso di rom costretti a nascondersi: bagnini rom, elettricisti che costruiscono impianti d’allarme per le nostre banche, dentisti rom, alti graduati delle forze dell’ordine rom, sportivi rom. Tutti costretti a nascondersi.
La realtà dei rom e dei sinti in Italia non è solo questa, ma è anche questa.
La realtà è anche quella dei tanti partigiani rom e sinti che hanno combattuto e in alcuni casi perso la vita per la libertà di tutti.

Peccato che pochi sappiano che la realtà dei rom e dei sinti nel nostro Paese, oggi, è fatta anche di paura.
“Davvero ci vorrebbe più sicurezza in Italia.” E’ questa l’affermazione principale che fanno i rom e i sinti: “Se non ci fosse la polizia, oggi in Italia non ci sarebbe più nemmeno uno zingaro.”
Molti rom e sinti me lo hanno ripetuto, con e senza ironia: “Mi fate ridere quando vi sento dire che avete paura di noi zingari.” Mi confidò un giostraio sinto dalla fedina penale immacolata. “Ogni volta che ci fermiamo con la roulotte in una zona isolata, andiamo a dormire con la speranza che nella notte non arrivi qualche balordo a darci fuoco con una tanica di benzina. Abbiamo paura. Prova ad immaginare cosa accadrebbe se finissi nelle mani di un gruppo naziskin. Mi taglierebbero a pezzi e mi metterebbero nel forno di casa. Perché devo vivere nel terrore?

Purtroppo molte delle persone che parlano degli zingari raramente ne hanno conosciuto uno e io faccio davvero fatica a pensare che senza quei 140.000 rom e sinti in Italia saremmo tutti più sicuri e felici e con i problemi occupazionali risolti.

Un incontro tra noi e loro è indispensabile e possibile.
Non esiste un solo ostacolo culturale a una pacifica convivenza a meno che non si voglia far passare per caratteristica culturale o genetica il fatto che alcuni rom rubino. Nessuno si sognerebbe mai di dire che i siciliani sono geneticamente mafiosi o che i settentrionali sono geneticamente razzisti.
Perché per i rom e i sinti deve valere una regola diversa?

Credo che la conoscenza sia la base per una reale e proficua convivenza.

Noi crediamo di conoscerli, in realtà non sappiamo niente di ciò che sono costretti a subire: dagli sgomberi, che per gli zingari italiani non danno punteggio per l’acquisizione di una casa popolare come accade per tutti gli sfratti, fino ai rifiuti per le donne a partorire negli ospedali. Questa è la loro quotidianità.
Il popolo rom e sinto soffre.
Senza potere o ricchezze il rom chiede solo di essere considerato come essere umano.
Bisogna ristabilire l’uguaglianza nelle diversità.

Non possiamo continuare a impedirgli di viaggiare e allo stesso tempo di fermarsi. I campi nomadi così come sono concepiti ora sono un fallimento totale. Si deve pensare a delle soluzioni abitative create con la collaborazione dei rom e dei sinti che vi dovranno vivere. Non ci può essere reale interazione se li escludiamo da ogni progetto che li riguardi.
Si deve favorire il cambiamento attraverso soluzioni che facciano emergere la loro identità e non che la deprimano o la distruggano.

di Pino Petruzzelli
Autore di Non chiamarmi zingaro

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Pubblicato il 30/9/2008 alle 16.21 nella rubrica Non chiamarmi zingaro.

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