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E se seguissimo il buon esempio?

In Italia si continua a morire di lavoro. Gli incidenti degli ultimi giorni hanno riportato per un attimo l'attenzione dei media e dell'opinione pubblica su un fenomeno che nel nostro paese fa quasi 4 vittime al giorno. Ci si aspetterebbe una risposta immediata, urgente. E invece le solite frasi di circostanza. la normativa c'è, ma è insufficiente, o rimane inapplicata. Siamo il paese europeo con il maggior numero di "morti bianche". 

Pubblichiamo un capitolo del libro di Salvatore Giannella, "Voglia di cambiare", perché si deve raccontare che le cose possono andare diversamente. In Svezia non è un sogno. Nel 2006 ci sono stati sessantasette morti sul lavoro (da noi sono più di mille) con condizioni di lavoro tra le migliori al mondo. 

Di lavoro in Italia si muore. In Svezia no
di Salvatore Giannella*

Strage continua

Nella saletta d’attesa dell’aeroporto di Bari, nelle prime ore d’agosto del 2007, i titoli della «Gazzetta del Mezzogiorno» colorano di sangue l’alba di un giorno vacanziero. Un giorno che, con i suoi numeri, simboleggia l’ormai quotidiano bollettino di guerra di una strage continua. Sei morti bianche in appena ventiquattro ore. Quattro vite stroncate nella sola Puglia. Giovanissima la vittima di Taranto. Domenico Occhinegro, Mimmo per gli amici, aveva soltanto ventisei anni e una vita davanti a sé. Doveva sposarsi nell’ottobre del 2008. Era felice, e nel suo paese, Palagiano, vicino al capoluogo jonico, lo ricordano come un ragazzo dolce, pieno di entusiasmo. A Domenico era stata promessa una piccola promozione e per questo si dava da fare ancora di più. Mimmo è morto per un incidente sul lavoro nel reparto TUL/2 (Tubificio Longitudinale 2) dello stabilimento siderurgico Ilva. È stato investito da un tubo d’acciaio rimanendo schiacciato. Dai resoconti si precisa che il corpo è stato stritolato tra il tubo e la sella di una trave che fa parte di un sistema di movimentazione chiamato walking beam. Quello costato la vita a Domenico Occhinegro è l’ultimo di una lunga serie di incidenti avvenuti all’Ilva di Taranto, incidenti che hanno contribuito al record negativo nazionale della città pugliese, capitale dell’acciaio (le città dove si muore di più sul lavoro, secondo un’indagine Eurispes del 2006, sono Taranto, seguita da Gorizia e da Ragusa).

Trentacinque morti dal 1993 a oggi, sei dei quali negli ultimi due anni. Il 9 giugno era morto un operaio di diciannove anni, Andrea D’Alessano, di Oria (Brindisi), dipendente della ditta Modomec
appaltatrice dei lavori di manutenzione. Il giovane, mentre stava per prendere un ascensore per raggiungere alcuni colleghi di fatica impegnati nei lavori di fermata straordinaria dell’altoforno
4, fu colpito in testa da un pesante martello, chiamato in gergo «mazzetta», piovuto dall’alto.
Il 3 luglio, per un incidente capitato nell’Agglomerato 2 dello stabilimento siderurgico, un operaio dell’azienda Tecnoprogress, Giuseppe Cavallo, trentanove anni, è rimasto orrendamente mutilato:
gli hanno dovuto amputare la gamba sinistra. Nello stesso reparto TUL/2 un altro giovane, Vito Antonio Rafanelli, originario di Molfetta, era morto nell’agosto del 2006, schiacciato tra
un tubo e una macchina maledetta, spesso al centro di analoghi incidenti: una «cianfrinatrice» usata per smussare le imperfezioni sui tubi. Era il giorno del compleanno di Vito, compiva trentatré
anni. «Morti fisiologiche»: così sono stati definiti tutti quei decessi dell’Ilva, secondo quanto riferito in una puntata televisiva di Annozero nel dicembre 2007.

Come ricorda la coraggiosa newsletter ligure «Oli», «L’Ilva era allora ed è oggi la siderurgia in Italia. Di proprietà dell’Ilva di Stato erano gli impianti di Terni, Taranto, Bagnoli, Piombino e anche
lo stabilimento torinese, poi acquistato dalla ThyssenKrupp, dove sono morti sette operai. Non si tratta di storia antica. Venduti ai privati, gli stabilimenti hanno conosciuto una gestione diversa.
La forbice ha tagliato gli sprechi, ma pare sia andata ben oltre. Fisiologico è il modo di porsi nei confronti della mano d’opera. Fisiologiche le conseguenze quando l’utile la fa da padrone».
Quel drammatico 1° agosto 2007 la Puglia ha pianto altri morti nei cantieri edili di Otranto e di Brindisi. Nella prima città un operaio, Andrea Sindaco, di trentatré anni, è stato schiacciato dal braccio meccanico di una gru, che gli è piombato addosso. Andrea stava lavorando in un cantiere di via Renis per realizzare, ironia della sorte, il centro benessere di un albergo. Sulla tabella dei lavori era prevista la realizzazione di un piazzale in cemento. Operazioni del genere richiedono l’impiego di una betoniera e di una elettropompa, montata su una gru meccanica di circa trenta metri. Per eseguire un getto a regola d’arte, all’estremità del braccio meccanico c’è un tubo flessibile. Chissà quante altre volte Andrea, fratello del proprietario dell’impresa edile, aveva effettuato quell’operazione. E, com’era abitudine, Andrea s’era sistemato vicino al tubo per controllare gli spostamenti. A manovrare la gru, invece, era un operaio di un’altra ditta che aveva fornito sia la betoniera sia la pompa. All’improvviso, però, il braccio meccanico si è spezzato ed è franato su Andrea ammazzandolo sul colpo. Di Taranto era anche Cosimo Perrini, precipitato per otto metri dal tetto di un cinema in costruzione senza alcuna fune di trattenuta a proteggerlo.

Aveva sessantatré anni, lavorava per la ditta tarantina Cover-tech, amministrata dal figlio Renato Perrini, trentacinque anni. La Cover-tech aveva ricevuto l’incarico dalla Cogi di Brindisi, che sta realizzando una multisala nel quartiere brindisino di Bozzano, di eseguire l’impermeabilizzazione di una porzione dell’edificio. Cosimo ha perso l’equilibrio mentre predisponeva le guaine sul lastrico solare. È precipitato in un lucernaio. Forse, a spingerlo in quella maledetta apertura, è stata una forte raffica di vento. È stato ipotizzato che Cosimo possa aver avuto un «infarto pindarico», ossia durante il volo di otto metri. Ma non c’è dubbio che avrebbe avuto salva la vita se ci fosse stata la regolamentare fune di trattenuta.

Il nome di Perrini, simbolo delle centinaia di lavoratori che muoiono per caduta, di Sindaco e di altri vanno ad aggiungersi alle migliaia, sparsi nelle cronache di tutti i giorni alla voce, meno allarmante di omicidi, «disgrazie sul lavoro» o «morti bianche». All’Inail ne hanno contate milleduecentosettantaquattro nel 2005. Sono aumentate a milletrecentodue nel 2006, con la Lombardia che, con le sue duecentodiciassette vittime, detiene il triste primato nazionale, seguito da Veneto (centosei) e dall’Emilia Romagna (centocinque). E non è andata meglio nel 2007. Un milione di incidenti l’anno e più di mille morti, un lavoratore ucciso ogni sette ore: è il bollettino della «guerra a bassa intensità» che denuncia l’Anmil, l’Associazione dei mutilati e invalidi del lavoro.

Li abbiamo già dimenticati, gli Occhinegro, i Sindaco, i Perrini e tutti gli altri caduti dell’estate 2007. Presto saranno dimenticati anche i sette caduti sulla trincea della ThyssenKrupp di Torino. Un lavoro sicuro è possibile Il traguardo allora da indicare per i nostri politici è, almeno a parole, un lavoro sicuro. A Stoccolma scopro che non è un sogno. Scopro una terra dove abita il buon lavoro, quello con le migliori tutele al mondo.

Nei giorni del mio arrivo, un’operaia ha bloccato la produzione nella sua fabbrica perché ha segnalato delle mancanze nel sistema di sicurezza. Alcuni colleghi l’hanno accusata di aver esagerato, ma l’ispettore del lavoro le ha dato ragione e la produzione è ripresa solo dopo aver sistemato la falla nella sicurezza. Il pensiero corre di nuovo all’Italia. Sentite come è andata a un operaio nella fonderia Officine Pilenga di Comun Nuovo nel bergamasco. Avendo segnalato ai suoi capi condizioni rischiose per i lavoratori, è stato accusato di mobbing per aver messo a rischio la salute del suo caporeparto: sospeso tre giorni dal lavoro, senza stipendio. E a nulla è valsa la denuncia del responsabile per la sicurezza dell’azienda, Valter Albani, sindacalista Cgil.

Nel suo reparto officina, dove operano torni, frese e foratori, questo lavoratore, diligente e con alta professionalità, ha cominciato a segnalare ai responsabili condizioni di pericolo oggettivo: mancanza di carter, sistemi di purificazione dei vapori non funzionanti, olio e acqua chimica sul pavimento. Risultato: nessuno. Così il dipendente ha deciso di evidenziare i problemi sugli spazi liberi dei fogli di produzione giornalieri che devono essere compilati a ogni turno. L’effetto in questo caso c’è stato. L’uomo è stato convocato dal caporeparto: «Gli è stato detto che non era quello il modo di segnalare i rischi. Bisogna farlo verbalmente, o tramite apposite schede, che però io non ho mai visto», spiega Albani. Niente scandalo in Italia, non siamo svedesi...

L’esempio della Scania
Nei nostri incontri settimanali, Enzo Biagi mi diceva spesso: «Sono un cronista che, più delle statistiche e delle analisi sociologiche, privilegia le storie». La Svezia del buon lavoro ha la storia e il volto dell’operaio che mi viene incontro in una fabbrica di Soedertaelje, a mezz’ora d’auto da Stoccolma. Tommy Baecklund, cinquantotto anni, è uno dei più anziani ombudsman dei lavoratori operante al nord, responsabile della sicurezza alla Scania, la principale azienda di veicoli industriali. A lui approdano i reclami di ognuno dei tremilaquattrocento dipendenti filtrati da centoventi altri ombudsman che lavorano tra queste mura. La partecipazione dei lavoratori alla politica di prevenzione qui è più sviluppata che altrove in Europa.

Sono circa duecentomila i delegati alla sicurezza. La nomina di un delegato alla sicurezza è obbligatoria per tutte le imprese con almeno cinque dipendenti. I delegati regionali sono invece circa millecinquecento e coprono centosettantamila piccole e piccolissime imprese. Tommy è entrato in fabbrica a ventitré anni come collaudatore. Ricevette per la prima volta questo incarico nel 1978. L’incarico valeva per tre anni, ma da allora è sempre stato riconfermato: la fiducia dei suoi colleghi ha premiato il costante calo degli incidenti in fabbrica.

Dal suo computer, sovrastato da un piccolo casco giallo simbolo della sicurezza, estrae le cifre puntuali: l’ultimo incidente mortale c’è stato quindici anni fa. Da allora alla Scania hanno registrato meno infortuni e sempre più lievi. Nel 1989 per un milione di ore lavorative ci sono stati quarantacinque incidenti. Nel 1990 gli incidenti sono scesi a trentasette; un anno dopo a ventiquattro; poi a venti; poi a dodici. Nel 2007, hanno toccato la punta più bassa finora: dieci. «E ci battiamo per cancellare anche questa piccola cifra residua», sottolinea orgoglioso Tommy.

Nel suo ufficio angusto, in cui si fatica a stare in tre (io, lui e il fotografo), Tommy ricostruisce una giornata tipo nella sua vita. Ogni mattina all’arrivo in fabbrica trova nel computer segnalazioni di eventuali inconvenienti che richiedono il suo intervento risolutivo. Un operaio ha avuto il dito del piede fratturato da una lamiera scivolata di mano? Uno «scudo» d’acciaio proteggerà d’ora in poi la parte superiore delle scarpe di chi lavora in quel reparto. Una fiammata della fornace ha sfiorato un lavoratore che si è avvicinato troppo al fuoco? Viene posizionato un raggio laser a pochi metri dalla fornace: se qualcuno lo supera, automaticamente cala un portellone per chiudere la bocca della fornace e renderla così inoffensiva.

Tommy mi informa che da parte dei dirigenti della Scania c’è la massima collaborazione nel trovare antidoti ai rischi: più che le norme di legge (i codici svedesi prevedono multe salate e anche l’arresto dei responsabili aziendali, evenienza mai successa) in Svezia vale il confronto continuo e l’accettazione comune delle priorità in fabbrica. Che, nel caso specifico della Scania, vedono al primo posto la sicurezza e l’ambiente, seguiti dalla qualità del prodotto, dalla puntualità nella consegna e, infine, dai profitti che non mancano proprio perché sono stati rispettati sicurezza, tempi e qualità. «In Italia, dove pure gli strumenti legislativi sono buoni, mi risulta che queste priorità siano in molti casi rovesciate. E questa esasperata attenzione al profitto e disattenzione verso il decisivo capitale umano spiega quella mostruosità del dato statistico dei tre-quattro morti che piangete ogni giorno. Voi italiani dovreste chiedere la tolleranza zero verso chi sbaglia. E dovreste far funzionare al meglio i controlli, dall’interno della fabbrica e dall’esterno, tramite gli ispettori. «E magari sviluppare il sistema dei premi per le aziende e gli operai che raggiungono obiettivi non solo di fatturato ma anche di sicurezza. Così avverrà quel cambiamento di cultura necessario anche da parte di molti lavoratori che tendono a sottovalutare l’applicazione delle norme di sicurezza», le parole dell’ombudsman chiariscono meglio di tante esternazioni la nostra situazione in materia.

La graduatoria che monitorizza le condizioni di lavoro, a cura dell’Ufficio internazionale del lavoro, assegna alla Svezia la medaglia d’oro: al secondo posto c’è la Finlandia, seguita da Norvegia, Danimarca, Olanda, Belgio e Francia. Al nono posto è la Germania, al tredicesimo la Spagna, al ventesimo si piazza l’Italia, preceduta da quasi tutti i paesi dell’Europa occidentale, ma davanti agli Stati Uniti, in venticinquesima posizione. Chiudono la classifica dei novanta Stati monitorati, la Sierra Leone e il Nepal. La Svezia vince il Nobel dei diritti dopo che sono stati esaminati, oltre alla flessibilità e all’occupazione, anche tutele antilicenziamento, livello e continuità salariale, accesso delle donne, sicurezza dei lavoratori.

Prendiamo quest’ultima voce: nel 2006 in tutta la Svezia ci sono state sessantasette morti bianche, equivalenti a 1,6 morti per centomila occupati. La stessa proporzione (quella «proporzione minima possibile» evocata da Romano Prodi) farebbe abbassare in Italia la media da milletrecentodue morti in un anno a «soli» trecentonovanta. Come ricorda Samuel Engblom, un avvocato specializzato in diritto del lavoro che ha il suo ufficio nel centro storico di Stoccolma, «trent’anni fa il bilancio delle morti in fabbrica era tre volte più alto. La maggiore sicurezza da noi rispetto a tanti altri paesi del mondo è il risultato del dialogo costante tra sindacati e datori di lavoro».

Oggi le migliaia di ombudsman in azione in fabbriche e nei cantieri edili dove elmetti e controlli sono la regola rispettata, in scuole e nell’esercito, insomma in ogni posto dove ci siano più di cinque lavoratori, oltre a trovare soluzioni per prevenire gli incidenti, hanno il potere/dovere di bloccare il lavoro quando c’è un pericolo potenziale.
E non sono esagerazioni.

Ho informato Tommy che proprio nei giorni in cui lo incontravo, in quell’agosto 2007, era stato dato il via libera definitivo della nostra Camera (duecentottantaquattro i sì del centrosinistra, un no, duecentodieci astenuti del centrodestra) al disegno di legge sulla sicurezza sul lavoro: con questa legge delega entrata in vigore il 25 agosto, il governo Prodi si era impegnato ad adottare entro nove mesi un testo unico che doveva prevedere, con l’assunzione di trecento nuovi ispettori e l’inasprimento delle pene, un maggior rilievo ai «rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza» (per il testo integrale della legge si veda: www.lavoro.gov.it).

La sera, in albergo, tiro fuori carte d’archivio che ho portato da Milano. C’è chi in Italia teorizza un calo di attenzione di settori della società civile italiana verso gli operai, da qualche anno considerati marginali. In quei settori certamente non figurava Enzo Biagi: ho ritrovato gli appunti riguardanti uno dei colloqui settimanali con lui, nel suo ufficio al primo piano della libreria Rizzoli a Milano. Quel giorno, erano gli inizi di marzo del 2006, il colloquio verteva proprio su questo tema.
L’innesco dell’attualità era dato dalla festa a Rimini per il primo centenario di vita della Cgil, il principale sindacato italiano, e lui aveva mandato ai convegnisti un video registrato con parole chiare: «Ho ricevuto una grande lezione da mio padre operaio... Il mio pensiero va ai tanti operai che ho conosciuto nella mia vita... L’Italia è grande non solo per Leonardo da Vinci o Marconi, ma anche per gli operai, e per la loro umanità, quegli operai che oggi sono diventati quasi invisibili e senza voce».

Quel giorno del mio incontro con Biagi, il tributo consueto di vite umane fu dovuto a una frana che seppellì vivi alle porte di Milano due carpentieri che lavoravano per costruire la fogna: un muratore di ben sessantanove anni e un giovane albanese. Oggi che Biagi non c’è più, rileggo con emozione gli appunti presi durante quell’incontro in cui il grande vecchio del giornalismo si domandava sconcertato se erano concepibili più di un migliaio di funerali di Stato all’anno per i martiri del lavoro. Ormai si va in molti cantieri italiani come si va in guerra – sottolineava Biagi. E le cifre confermano l’emergenza nazionale: quattro morti al giorno sono un bilancio agghiacciante.

Che fare? Ricette sono state avanzate da tempo e da più parti, sindacati compresi. Io mi limito a lanciare un appello al prossimo ministro del Lavoro: introduca la patente a punti per le imprese, sulla scia di quella introdotta per gli automobilisti e che ha provocato la riduzione degli incidenti stradali. Una patente a punti in questo settore a rischio dovrebbe penalizzare le aziende che non rispettano le regole e la sicurezza dei lavoratori, escludendole dagli appalti e addirittura arrivando a ritirare il permesso di lavoro in caso di ripetute irregolarità nel rispetto delle norme infortunistiche e previdenziali. E, ministro del Lavoro prossimo venturo, aumenti e faccia funzionare bene i controlli. Perché quando funziona il controllo finiscono il lavoro nero e gli infortuni. Una prova degli effetti benefici dei controlli? Eccola: qualche tempo fa un sindacato, la Filca Cisl, ha avuto l’idea di un documento unico per facilitare il dialogo tra gli enti pubblici e quelli sociali. Un documento comprendente le certificazioni dell’Inps, dell’Inail e delle Casse Edili per attestare i versamenti effettuati da parte delle imprese sia in campo previdenziale sia fiscale. Un esperimento fatto in Umbria, per la ricostruzione delle aree colpite dal terremoto del 1997, ha dato risultati straordinari ed è la prova evidente dell’efficacia dei maggiori controlli. Il bilancio: le imprese del settore sono raddoppiate e non si è verificato nemmeno un incidente mortale nei circa
dodicimila cantieri.

Sicurezza e parità sessuale
Nel Parlamento svedese la metà dei membri sono donne. Il lettore mi conceda un ampliamento dell’orizzonte del buon lavoro in Svezia. Qui la sicurezza non è tutto. In Italia la parola lavoro è prevalentemente al maschile. Un recente studio dell’Eurispes sulle donne che lavorano pone l’Italia all’ultimo posto in Europa: 45,1 per cento contro il 71,6 della Svezia. Qui l’intelligenza e la professionalità delle donne sono ritenute una risorsa chiave del paese e lo Stato si è organizzato perché questa sia messa a disposizione del lavoro attraverso una fitta rete di servizi, a partire dagli asili: perché il figlio non è solo della donna, ma una risorsa per il futuro dello Stato. Questo secondo, ma non secondario, aspetto del pianeta del buon lavoro in Svezia è reso evidente dalle centosessanta donne parlamentari su trecentoquarantanove membri complessivi presenti nella massima istituzione politica della Svezia: il Parlamento unicamerale svedese (detto Riksdag), che in base alla Costituzione ha autorità suprema: una sorridente nuvola rosa che orienta le linee di uno Stato verso la parità totale tra i due sessi. Nel Parlamento le donne sono a quota 46 per cento, contro il 18 per cento della nostra Camera e il 13 per cento al Senato. Dà una sensazione piacevole vedere, in un salone del Parlamento di Stoccolma, il signor Per Waetberg, presidente del Parlamento, posare davanti al fotografo con le centosessanta rappresentanti femminili, alcune delle quali per l’occasione hanno portato i loro bambini.

La Svezia è forse il paese da più lungo tempo interessato al tema della parità tra uomini e donne. Già dal 1932 uno dei fondamenti del Patto di Saltsjobaden, formato dal governo socialdemocratico e dai rappresentanti dei lavoratori (sindacati, patronati eccetera) è il principio «a lavoro uguale, salario uguale». Tale principio, originariamente formulato al fine di riconoscere la pari dignità del lavoro manuale e non, è stato rapidamente esteso alla necessità di offrire pari possibilità agli uomini e alle donne.

Svezia e Norvegia sono stati i primi paesi ad aver legiferato su questo tema. Di quel Patto, fondamentale per la socialdemocrazia scandinava e del tutto ignoto in Italia, c’è da ricordare il principio base: «Voi imprenditori siete bravi a far soldi. Vi incoraggeremo, purché paghiate le tasse. E noi con le tasse faremo il welfare state». La sfida della parità dei sessi nei luoghi di lavoro e nelle istituzioni è ancora all’ordine del giorno. Me la sintetizza, nel suo ufficio interno al Parlamento, Gunilla Upmark, una giurista passata dal tribunale di Stoccolma a capo della commissione del Lavoro del Parlamento svedese. Gunilla si serve, invece che di molte parole, di soli quattro numeri chiave:

– 100 per cento del salario: oltre mezzo secolo fa la donna guadagnava la metà, oggi siamo all’80 per cento. Lo stesso discorso vale per l’Italia, dove non conta la bravura e nemmeno l’anzianità. Conta il sesso: se sei donna guadagni meno, il 9 per cento in meno di un collega «maschio» e fino al 26 per cento nel ruolo di manager. Essere donna non paga. Sull’Italia pesa il fatto che solo una minoranza di donne lavora fuori casa: il 46,3 per cento, penultima in Europa, segue Malta, secondo il rapporto della Ue sullo stato di attuazione della strategia di Lisbona, il cui obiettivo è il 60 per cento di occupazione femminile entro il 2010 in Europa (obiettivo cui si sta avvicinando sempre più la Spagna di Zapatero, che punta sulle donne – 53,2 per cento di occupazione femminile – per rivitalizzare l’economia).

– 50 per cento di occupate nelle istituzioni e nelle imprese. E qui, nonostante alcuni picchi, c’è ancora strada da percorrere. «Dagens Industri», l’equivalente svedese di «Il Sole 24 Ore», mette in prima pagina una «donna potente», Lena Treschow Torell (plurilaureata in materie scientifiche, professoressa universitaria, amministratrice delegata e membro di svariati consigli d’amministrazione, tra cui quelli di Gambro e Saab) con l’indice minacciosamente alzato a sottolineare che il processo di inserimento delle donne nell’università e nel mondo della finanza va lentamente, troppo lentamente. Un misero 16 per cento di cattedre femminili nelle università di Svezia, un lillipuziano 1,5 per cento ai vertici della Borsa di Stoccolma. E lei, che è inclusa in entrambe le percentuali, inizia a ripensare la sua precedente opposizione alle quote rosa in questi due settori. In Italia le donne ai vertici sono ancora considerate «simpatiche eccezioni» (solo il 5 per cento siede nei consigli d’amministrazione).

– 50 per cento dei congedi per paternità (qui il cammino è duro, ma l’asticella sale: venti padri su cento usufruiscono oggi di questa opportunità, fino a pochi anni fa si contavano sulle dita di una mano. Come si contano oggi, nel 2008, in Italia: solo quattro mariti su cento utilizzano la legge del congedo di paternità nata otto anni fa).

– E infine lo zero per cento di violenze contro le donne: gli ultimi dati indicano in cinquecento, su nove milioni di abitanti, i condannati per casi di violenza (in Italia invece l’Istat fornisce cifre da choc: quattordici milioni le donne vittime di violenza fisica e psichica, sette milioni gli stupri e abusi, per il 70 per cento colpevole è il partner).

Saluto Gunilla e vado a trovare il magnate italo-svedese simbolo della nuova imprenditoria: Salvatore Grimaldi, sessantadue anni, duemila dipendenti in tutto il mondo, una casa museo affacciata sulle acque baltiche dove una volta l’anno organizza un festoso convivio alla ripresa dei lavori dopo la pausa estiva. Emigrato dall’Italia quando aveva sette anni, dopo aver lavorato come operaio in Volvo e Scania è cresciuto forte con le sue industrie di biciclette (oggi sono suoi i marchi storici Bianchi e Legnano) e dei macchinari di precisione (l’ultimo gioiello è un bonificatore che elimina le particelle d’olio nell’aria delle officine). «Lo spazio che ho avuto per far crescere la mia creatività imprenditoriale è stato garantito qui in Svezia da buone leggi e dal rispetto comune di queste. In Italia, purtroppo, non servono solo buone leggi: serve la coscienza collettiva della legalità, la voglia di rispettare le regole, una forte dose di autocontrollo, e così si potrà arrivare pure alla riduzione delle morti bianche: a cominciare da Taranto. Io a Taranto ci sono nato e, come figlio di marinaio, mi piacerebbe tornare a portare l’esperienza arricchente del buon lavoro scandinavo. Taranto, come l’Italia, ha risorse per trovare finalmente spazio sui giornali in chiave positiva.»

 
Per saperne di più

Anno di adesione all’Unione europea: 1995
Sistema politico: monarchia costituzionale
Capitale: Stoccolma
Superficie: 449.964 km2
Popolazione: 8,9 milioni
Capo dello Stato: re Carl XVI Gustaf
Capo del governo: Fredrik Reinfeldt
Tasso di nascita: 10,2 nati ogni 1000 abitanti
Mortalità infantile: 2,76 morti ogni 1000 nati
Età media: 41,1 anni (in Italia, 42,5)
Aspettativa di vita: 80,63 anni in media
Tasso di disoccupazione: 4,5 per cento


Il modello politico
Il re ha esclusivamente poteri di rappresentanza. La riforma costituzionale del 1971 cambiò il sistema bicamerale in uno monocamerale. Il potere legislativo spetta al Parlamento monocamerale (Riksdag) di 349 seggi, assegnati con il sistema proporzionale con sbarramento. 310 seggi sono assegnati in 29 collegi plurinominali, i restanti 39 sono distribuiti tra i partiti. Per entrare in Parlamento, ogni partito deve ottenere almeno il 4 per cento dei suffragi. Le elezioni si svolgono ogni quattro anni. Nella consultazione del settembre 2002, il partito socialdemocratico ha conquistato 144 seggi (40 per cento dei suffragi) e ha costituito un governo di minoranza, sotto la guida di Goran Persson, con l’appoggio esterno di Verdi e Partito di Sinistra. Alle ultime elezioni del 17 settembre 2006 i quattro partiti di centrodestra hanno ottenuto una vittoria di stretta misura, contando una maggioranza di 7 seggi, mentre il Partito Socialdemocratico ha fatto peggio che nel 1998, rimanendo pur sempre (con 130 seggi) il primo partito del Riksdag. I Moderati hanno conseguito un grosso successo (97 seggi, rispetto ai precedenti 55), ma i Liberali non sono riusciti a bissare l’exploit del 2002, perdendo notevolmente terreno (da 48 a 28 seggi). Il primo ministro socialdemocratico Persson ha riconosciuto la sconfitta e ha rassegnato le dimissioni. Il suo posto è stato preso da Fredrik Reinfeldt, segretario del Partito Moderato, eletto con 175 su 349 voti.
Prossime elezioni: settembre 2010.

L’economia
La Svezia ha un reddito pro capite tra i più alti in Europa. Il settore pubblico rappresenta un’importante risorsa sia in termini di occupazione (assorbendo circa il 34 per cento della forza lavoro) sia di valore. L’industria, in particolare nei settori siderurgico, chimico, dell’elettronica e delle telecomunicazioni, dell’auto e dei veicoli pesanti e in quello della lavorazione del legno e della carta conta per il 29 per cento del Pil, l’agricoltura per il 2 per cento.

Gli incidenti sul lavoro. Svezia e Italia a confronto
1 per cento su 100.000 occupati. In Italia invece è il 2,5 per cento. 57 i morti registrati in un anno. L’Italia, invece, ha il primato europeo di cui volentieri si farebbe a meno: quello del lavoro meno sicuro. In dieci anni gli infortuni mortali in Svezia sono diminuiti del 56,6 per cento e nel nostro paese del 25,49 per cento; in Germania del 48,3 per cento, nell’Unione europea del 29,41 (fonte: Eurostat). Questi i numeri più recenti, relativi al 2007: in Italia 832.037 sono stati gli infortunati sul lavoro (l’87 per cento dei casi ha riguardato lavoratori maschi); 208.588 sono stati i casi di invalidità grave, 27.466 quelli molto gravi, 7761 quelli di assoluta gravità; un morto ogni sette ore, questa è la drammatica media registrata nel corso dell’anno; mille i morti sul lavoro, anche se la tendenza segna una leggera diminuzione degli incidenti mortali rispetto agli anni precedenti. Tra i morti, uno su sei (16,5 per cento) è immigrato, a conferma del fatto che «gli immigrati risultano tra i lavoratori più deboli ed esposti agli infortuni, solitamente meno pagati e inquadrati a livelli più bassi». In Svezia alla crescita economica contribuiscono in maniera determinante i lavoratori immigrati: la loro quota è la più alta d’Europa (11,2 per cento), quasi cinque volte più che in Italia (2,8 per cento). Come negli anni passati, in Italia si muore più al Nord, con in testa la Lombardia. E con il personale a disposizione per le verifiche, se si dovessero controllare tutte le aziende italiane, ognuna di esse riceverebbe un controllo ogni ventitré anni (fonte: secondo Rapporto sulla tutela delle vittime del lavoro, consegnato al capo dello Stato Giorgio Napolitano nel febbraio 2008 da Pietro Mercadelli, presidente dell’Anmil, Associazione nazionale invalidi sul lavoro). Le donne al lavoro: 70,7 per cento. Il tasso di occupazione delle donne in Svezia. Nel panorama europeo questo dato è superato solo dalla Danimarca (73,4 per cento). La media continentale si attesta al 57,4 per cento; nel caso dell’Italia si registra solo un 46,3 per cento.

Link utili
Il portale nazionale della pubblica amministrazione: www.sverige.se è un portale d’accesso a tutti i siti web del settore pubblico nazionale ed è un ottimo punto di partenza per chiunque desideri cercare un’istituzione o un organismo pubblico. Il sito descrive inoltre in maniera particolareggiata il funzionamento del settore pubblico svedese, fornisce link utili ai siti del Parlamento svedese, del governo, dei consigli di contea, dei comuni e delle autorità, degli uffici della previdenza sociale e delle università.
Il sito internet ufficiale dell’Ente svedese per viaggi e turismo www.visitsweden.com (in italiano) contiene una guida pratica e dettagliata al paese. Le pagine forniscono guide apposite a seconda del paese di origine selezionato dall’utente. Le rubriche «Cosa fare», «Dove pernottare» e «Dove andare» aiutano gli utenti a organizzare il proprio soggiorno in Svezia.

Per un quadro aggiornato sugli infortuni sul lavoro in Italia, si suggeriscono i portali www.inail.it dell’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro, e www.anmil.it dell’Associazione nazionale mutilati e invalidi del lavoro.

*Autore di Voglia di cambiare (Chiarelettere, 2008)
Vai alla scheda del libro

Pubblicato il 13/6/2008 alle 15.25 nella rubrica Voglia di cambiare.

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