La Rinascita, marzo 2008
Chi pensa che il caso Moro non nasconda più alcun segreto, chi ritiene che tutti i misteri dell’eccellente sequestro e dell’assassinio del presidente della Dc e della sua scorta siano stati dipanati, scomposti, compresi, legga bene Doveva morire. E’ il racconto del caso Moro, scritto a quattro mani, del giudice Ferdinando Imposimato, a cui, tra gli altri, fu affidata l’inchiesta sulla vicenda il 18 maggio del 1978. L’editore è una garanzia visto che Chiarettere si è affermata con numerose ed interessanti inchieste sugli affari del nostro paese - segnaliamo solo la incomprensibile assenza in questo testo del prezioso indice dei nomi, strumento di lavoro non secondario per chi si immerge nella sua lettura.
Titolo inequivocabilmente mirato, il lavoro, si badi bene, non è roba da dietrologi, perché non si fonda su ipotesi astratte. Doveva morire coniuga la lucidità espositiva e d’analisi di Sandro Provvisionato, già autore di testi importanti sulla nostra storia recente, nonché direttore dell’autorevole sito www.misteriditalia.it, con la documentazione e l’esperienza diretta di un magistrato, frutto di anni di interrogatori, colloqui con tutti i protagonisti, accertamenti, studi e verifiche su migliaia di atti e documenti, alcuni dei quali occultati, altri tenuti nascosti alla magistratura.
Il risultato è un testo che mette nero su bianco, una dopo l’altra, le immense contraddizioni, le reticenze, le bugie e le falsità di politici e uomini dello Stato le quali non caratterizzano solo i 55 giorni perché molte ambiguità erano evidenti già da prima. Secondo Imposimato, "Il governo del 1978 poteva prevedere che Moro era nel mirino delle Br ma tutti hanno minimizzato, anche Cossiga" che nella tragica evoluzione della vicenda, secondo gli autori, si trovò sempre dalla parte di Andreotti e della sua fermezza. A dispetto di altri osservatori che assolvono l’ex ministro dell’Interno, almeno nelle intenzioni se non nella gestione dell’affare, secondo Provvisionato e Imposimato "l’intesa tra i due governanti fu totale su tutta una serie di scelte che si rivelarono sbagliate". E’ di Francesco Cossiga la responsabilità di un Comitato di crisi costituito da tutti amici di Licio Gelli e sono suoi i consiglieri ed esperti comportamentisti che si impegnarono per avvalorare la tesi di un Moro in preda alla sindrome di Stoccolma, affetto cioè da un progressivo processo di identificazione con i suoi rapitori che rendeva superflua ogni attenzione ai suoi scritti e dunque ai suoi appelli. Fu Cossiga a chiamare tra gli altri esperti Steve Pieczenik, l’americano esperto di negoziati e terrorismo, le cui dichiarazioni "eliminano ogni dubbio sulla volontà del comitato crisi interamente proiettata verso la soluzione finale del sequestro".
Parole pesanti quanto chiare perché sostenute da molti fatti che messi insieme tracciano un filo nero che conduce alla morte di Moro: i due autori non ci girano intorno, sostengono che tutti i documenti esistenti sul caso Moro segnano un percorso che porta ad affermare senza indugi che le Br furono ostinatamente strumentalizzate da parte di chi aveva il dovere di combatterle e non lo ha fatto. Insomma, la matrice brigatista del sequestro e degli undici colpi sparati addosso ad Aldo Moro non vengono messi in dubbio, tuttavia l’operazione, "partita come azione brigatista alla quale non è estranea l’appoggio della Raf e l’interessamento, per motivi opposti, di Cia e Kgb, è stata gestita direttamente dal Comitato di crisi costituito presso il Viminale". Il delitto Moro fu una operazione perfettamente riuscita - nella quale intervennero pure la massoneria internazionale e la mafia - e divenne il punto di convergenza di diversi interessi, i più disparati, che hanno vanificato tutte le possibilità di salvare Moro, spingendo di fatto le Br ad ucciderlo: una tesi che i due autori espongono insieme ai fatti che li conducono a sostenerla.
Solo in questo quadro è possibile collare, ad esempio, il fallimento di ben otto operazioni con le quali si sarebbe potuto liberare Aldo Moro. A metterle tutte il fila "vengono i brividi". La mancata irruzione nel covo di via Gradoli il 18 marzo del 1978, a soli due giorni dal sequestro; l’indifferenza seguita alla segnalazioni di un informatore dell’Ucigos sul Br Spadaccini, che terrà poi in custodia la Renault rossa su cui verrà trasportato il cadavere di Moro; la deviazione verso il paese del viterbese dopo la curiosa ma ben informata segnalazione su Gradoli il 3 aprile durante la ormai famosa sudata spiritica; il tardivo blitz nell’appartamento di via Gradoli il 18 aprile quando le forze dell’ordine ‘lisciano’ l’inquilino, Mario Moretti che poteva condurli dritti alla prigione; il congelamento dell’informazione sulla topografia romana delle Br in via Pio Foà ottenuta da parte della stessa Ucigos che utilizzerà la ‘soffiata’ sedici giorni dopo, quando l’atteso interessamento sarà inutile; occasione persa anche la catena di incontri che si svolge tra i Br Morucci e Faranda con gli esponenti dell’Autonomia Operaia Pace e Piperno e i dirigenti del Psi; inutile l’offerta della mafia di Tommaso Buscetta di intervenire sui brigatisti per trattare la liberazione di Moro perchè esponenti del partito di maggioranza impedirono contatti tra il boss e i capi brigatisti; ignorata completamente l’intermediazione del legale svizzero Denis Payot, già mediatore tra lo Stato tedesco e la Raf nei giorni del sequestro Schleyer, nel settembre 1977. Un elenco che già basta, dovrebbe bastare anche a chi accetta verità di comodo, pretendendo solo matematiche quanto impossibile certezze, a non chiudere gli occhi di fronte a questo intreccio di interessi che condussero alla eliminazione di un personaggio scomodo, nonché alla liquidazione della esperienza politico-militare delle Br.
Non ultimo, Doveva morire contiene una toccante intervista alla moglie di Moro, Eleonora, che racconta come una "cristiana praticante" ha potuto sopportare il peso di quella tragedia. La signora Moro non sceglie fughe mistiche, non vuole affatto dimenticare le responsabilità. "Lo Stato voleva la morte di Aldo - dice Noretta, composta e lucida, senza incertezze. E va anche oltre, Eleonora, confessando di incontrare per caso, qualche volta, in una cerimonia o per la strada, proprio quegli uomini dello Stato che non hanno voluto salvare il suo uomo. Li vede e li guarda in faccia ma "non riesce a stringergli la mano…..sa, sono una cristiana non una santa…Io sono solo una cristiana molto semplice".
Stefania Limiti