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La prima puntata di Brontolo, il programma di Olivero Beha in onda ogni lunedì, ore 10, su Rai 3.
Ospiti in studio Luigi de Magistris, autore di "Assalto al Pm", Simone Perotti, autore di "Adesso Basta" e Franco Alfani.

Per Chiarelettere Oliviero Beha ha pubblicato "Italiopoli" (2007), "I Nuovi Mostri" (2009) e "Dopo di Lui il diluvio" (2010).








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adesso bastadi Michele Smargiassi, La Repubblica, 2 agosto 2010

«Come dici?». Lo sciabordìo dello Ionio disturba la comunicazione. «Davvero? Ma è una bella notizia! La rivoluzione si sta allargando!». Simone Perotti, il Lenin dei downshifters, incrocia al largo di Zacinto, nel mare felice della sua nuova vita
“scalata”.
Gli racconto di Alex Schwazer, il marciatore olimpico
di Vipiteno che d’improvviso s’è stancato, che venerdì scorso
ha lasciato a metà una gara forse non più difficile di altre, folgorato a soli 26 anni dall’insensatezza della sua carriera, e ha
deciso di mollare tutto: «È finita, non mi importa più nulla».
«Sono con lui, ha trovato il coraggio che a tanti manca», lo benedice da lontano Perotti, ex brillante manager, ora vagabondo dei mari sulle barche degli altri, skipper, postino di velieri, all’occorrenza anche pulitore di scafi «a 90 euro per barca», pur di tener fede a quell’"Adesso basta" pronunciato qualche anno fa, e diventato il titolo del suo fortunatissimo libro, biografia e manuale per ammutinati dalla schiavitù della carriera, del posto fisso, del successo.
Ha venduto 45mila copie, ha ricevuto migliaia di email sospirose «vorrei fare come lei ma non ci riesco », è diventato il guru della fuga all’ingiù, dello “scalare la marcia”, dell’addio al dover- essere sociale.

Prima di lui all’estero, dopo di lui in Italia si moltiplicano i volumi di storie e consigli per chi prova a fare il gran rifiuto, a mollare, a scendere dal mondo in corsa, a trasformarsi da criceto in gabbia in tartaruga felice. Avidi di trend, i giornali ne hanno fatto man bassa. Ma il vangelo della rinuncia è antico, forse eterno, ha una mitologia, un’agiografia, un’ideologia, una storia, una letteratura e perfino un’iconografia. «Non aspettò né fece parole; ma immediatamente, depose tutti i vestiti e li restituì al padre»: questo downshifter del 1206 che abbandona una ricchezza borghese e una promettente carriera militare lo si ammira da otto secoli nel quinto affresco della basilica di Assisi, si chiamava Francesco. Ma dal Siddharta a Diogene a Celestino V, il papa del “gran rifiuto”, l’archetipo si presenta in mille varianti mitiche e storiche fino ai secoli nostri, sempre rinnovato,
costantemente reincarnato in mille avatar diversi. L’autarchia ribelle di Gandhi, l’utopia populista
di Tolstoj (le cui ultima parole si dice furono: «Svignarsela! Bisogna svignarsela!»), l’esilio
filantropico di Schweitzer, la regressione naturalista di Thoreau (nel cui giorno di compleanno
scatta ogni anno dal 1995, nei paesi anglosassoni, la Downshifting Week) esercitarono
sui rispettivi contemporanei un’influenza ben più radicale, mi perdonerà Perotti, della pubblicistica di oggi.
(Leggi tutto)

 


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C’era un Patto tra Provenzano, i carabinieri dei ROS, una parte del mondo politico. Un patto per far finire le stragi di Stato (Italicus, Uffizi, San Giovanni in Laterano, oltre a Lima, Dalla Chiesa, Falcone, Borsellino), in cambio della latitanza protetta dei boss e della possibilità di “immersione” della mafia, cioè consentirle i suoi affari dopo aver ricostruito un equilibrio con la politica. Nel papello con cui Riina avanzò le sue richieste c’erano la fine del carcere duro (41bis), la chiusura dell’Asinara e di Pianosa, la revisione del maxi-processo, e molti altri “favori”. E infatti dal 1993 le stragi si interrompono. E’ questa la tesi de “Il Patto” (Nicola Biondo e Sigfrido Ranucci – Chiarelettere, 2010), e i riscontri non vengono solo dalle carte.

Per anni Luigi Ilardo, un mafioso di rango, ambasciatore di Provenzano nella Sicilia dell’est, fu in realtà un infiltrato, cioè uno che faceva il doppio gioco. Nome in codice “Oriente”. Rivelò ogni cosa al Colonnello Riccio, compreso il covo di Provenzano, latitante da quarant’anni. Ma nessuno andò a prenderlo. Oggi c’è un processo a Palermo, tra i tanti, in cui le informazioni di Oriente sono alla base dell’imputazione al Generale Mori e al suo collaboratore De Donno del mancato arresto di Provenzano. Ilardo venne ucciso, inutile dirlo, proprio mentre stava per diventare un collaboratore di giustizia. Un pentito.

Ma in questo libro, di cui nessun giornale parla (a eccezione di una fredda recensione del Corriere) e che invece sta vendendo moltissimo, c’è ben altro. Si segue il filo dei rapporti tra mafia, Dell’Utri, Berlusconi, la massoneria, la politica degli anni Novanta e fino ad oggi, si pongono domande inquietanti, si portano alla luce tesi, ragionamenti, documenti, riscontri. Come l’analisi dei motivi e della dinamica della strage di via Capaci e dell’ancor più misterioso omicidio di Borsellino. Non furono uccisi per vendetta dalla mafia, ma forse dai servizi segreti, per motivi assai più gravi.

Ho trascorso tre giorni col cuore in gola, ho maledetto il nostro Paese, ho definitivamente assunto consapevolezza di quanto siamo impotenti di fronte alla conduzione della cosa pubblica, della giustizia, dell’ordine, della politica. E’ con fiero rancore, con lucida e feroce indignazione che ho chiuso il libro dopo l’ultima pagina. Sono sempre più convinto che l’unico modo sia astenersi, tirarsi fuori, non far parte di questo teatrino degli orrori manovrato da burattinai efferati, in cui l’unica cosa che ci è consentita sarebbe avallare lo scempio del potere con la nostra quiescienza di consumatori e lavoratori silenziosi, senza diritto di parola, senza dignità.

Ci resta solo una via: non chiedere niente a nessuno, fare tutto da sé, e quel che non si può, non farlo. Non desiderare il potere, gli oggetti, il favore di nessuno. Non piegarsi di fronte alle logiche del mercato, del capoufficio. Vivere in maggiore silenzio, pensare, studiare, coltivare l’idea che si ha di sé, fino all’autenticità inutile e muta di quello che siamo e che possiamo. In sintesi: requisire al potere, per quel che ognuno può, il nostro contributo di consumatori, lavoratori, membri della società, votanti perfino. Not in my name! E soprattutto non con il mio avallo, con il mio contributo, con la mia partecipazione. Quel Sistema campa e prospera solo se c’è gente che consuma, che aspira, che cerca la raccomandazione, che si candida, che partecipa al meccanismo che ha tante entrate (noi) e una sola uscita: la loro cassa piena di armi, potere, violenza, denaro.

Volevo votare l’unica voce che bilancia lo scempio, e cioè l’IdV. Non amo chi giudica, non amo le forze dell’ordine, mi fa paura la giustizia, e non stimo chi urla, ma la voce contro senza compromesso dell’IdV mi pareva l’unico residuo di equilibrio, l’unico peso sull’altro piatto della bilancia… E invece sono confuso. Penso che dopo tanti anni per la prima volta non voterò. Votare è comunque dichiarare che il sistema funziona, avere fiducia che la voce del singolo unita alle altre ha un peso e anche io governo il Paese. Se leggete questo libro, invece, capite una volta di più che non è così, che i giochi sono altri, altrove, per altre ragioni, e si cibano soprattutto del nostro voto, del nostro contributo prono al sistema. Viene in mente quel che diceva Brecht “Se il popolo non fa il suo dovere, il Governo lo scioglierà e ne eleggerà un altro”.

Pensare a Falcone e Borsellino, a Piersanti Mattarella, a Pio la Torre e ai tanti cittadini onesti di questo paese sacrificati al potere, dal potere, per mano mafiosa, fa rabbrividire. Toglie il fiato.


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1961. Luciano Bianciardi scrive “La Vita Agra”, opera che fa da palinsesto (come disse Geno Pampaloni) ai motivi che animeranno qualche anno dopo la contestazione giovanile. Il successo è immediato. “Ormai sto girando come un rappresentante di commercio” lamenta lo scrittore durante il suo giro d’Italia per presentare il libro “a volte sembro un comico d’avanspettacolo: sempre le stesse battute e sempre con l’aria di chi le dice per la prima volta” (quanto lo capisco!). La cosa sorprendente di questo libro (metà romanzo, metà saggio sociologico, metà tesi politica) è che delinea al presente e al futuro quel che noi possiamo raccontare oggi al passato e al presente, cioè descrive con chiarezza essenziale quanto stavamo per trovarci di fronte, accanto. Dentro. “Faranno insorgere bisogni mai sentiti prima. Chi non ha l’automobile l’avrà, e poi ne daremo due per famiglia, e poi una a testa, daremo anche un televisore a ciuascuno, due televisori, due frigoriferi, due lavatrici automatiche, tre apparecchi radio, il rasoio elettrico, la bilancina da bagno, l’asciugacapelli, il bidet e l’acqua calda. A tutti. Purché lavorino, purché siano pronti a scarpinare, a fare polvere, a pestarsi i piedi, a tafanarsi l’un con l’altro dalla mattina alla sera. Io mi oppongo.” Nessuno lo accusò di millenarismo, anche se ipotizzare questo scenario, all’epoca, era davvero fantascienza. Eppure, è accaduto. E nessuno (o quasi) si oppose.

Fin d’allora la sua ricetta anti-decadenza era chiara: “Ora so che non basta sganasciare la dirigenza politico-economico-social-divertentistica italiana. La rivoluzione deve cominciare da ben più lontano, deve cominciare in interiore homine. Occorre che la gente impari a non muoversi, a non collaborare, a non produrre, a non farsi nascere bisogni nuovi, e anzi a rinunziare a quelli che ha”.
Parole sante. E inascoltate. In interiore homine, nell’animo di ognuno. Per dire adesso basta ognuno a suo modo, ognuno con la sua voce. Ognuno con la propria forza e il proprio coraggio di uscire dal coro.

Luciano Bianciardi è una delle tante voci italiane pure, convinte, militanti, che sui giornali e nei libri (memorabili i reportage con Carlo Cassola sui minatori della Maremma) formarono il coro dei grandi moralisti italiani, come Pasolini, come Calvino. Gente che manca oggi come non mai alle nostre coscienze, alla nostra cultura. Proviamo almeno a rileggerli.


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Quarantacinque giorni fa, circa, è uscito “Adesso Basta”. Speranze ce n’erano, ottimismo anche (quello c’è sempre). Ma nessuno poteva prevedere tutto questo. Raffica di interviste (in alcuni giorni ne ho fatte dieci in un colpo solo), migliaia di email e post su un numero incalcolabile di siti e social network, la prima edizione scomparsa in 4 giorni, poi la seconda, la terza, ora la quarta. Presentazioni una dietro l’altra, ogni giorno una città, non solo in Italia. E la gente, la gente fisica, quella con corpo, faccia e speranze… strette di mano, incoraggiamenti (a Verona una ragazza: “Grazie perché alzi la voce. Vai avanti così!”). Pochi giorni fa, alla stazione di Torino, due ragazzi che mi fermano e mi dicono “Tu sei quello di Adesso Basta! Grandissimo! Il tuo libro è una boccata d’ossigeno!” Insomma…

Mi chiedono “Sei contento?” e come potrei non esserlo. In pochi immaginano quanto duro sia tutto questo. Non faccio più nulla che non sia “Adesso Basta”, non sto mai a casa, passo le notti a rispondere alle email… Veramente estenuante. Ma potrei non rispondere a tanta gente, gente per bene, bella gente, che mi scrive cose vere, concrete, della propria vita, dei propri sogni? A volte mi chiedono cose alle quali non ho alcuna idea di come dar seguito. Mi chiedono di fondare un partito (???) mi coinvolgono in cause sociali, cose che neppure conosco…

Io ero e resto un uomo di mare, uno scrittore di romanzi. Le mie idee, i miei sogni, erano e restano focalizzati su questo. Sarebbe imperdonabile perdersi adesso, perdere ora la rotta, dimenticare di lanciare l’occhio alla bussola, regolarmente, come quando si naviga in altura. La lezione l’ho imparata a memoria, l’ho mandata giù con tanti sorsi di vita, nel tempo, e fa parte di me. Qualunque cosa accada, come in mare, si tiene la barra al centro, non si cambia. Questa per molti è una storia collettiva, una storia comune, ma per me è la mia vita. Libertà e autonomia, sogno che si realizza. Da questo non mi distolgo. Tornerà il silenzio e si procederà in quella direzione. Ora, naturalmente, non può che esserci una pausa, non posso che distogliermi temporaneamente dalla mia rotta. Ma per una buona causa, per un libro che va bene, che mi aiuterà molto, e per la gente, tanta gente come me che scopre di non essere sola, di essere in sintonia con tanti altri. Straordinario. Buon viaggio. A me e a tutti.

Simone Perotti


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"Adesso Basta" ora è distribuito dovunque, finalmente. E subito scala la classifica. Pare molto in alto (avremo presto i dati ufficiali). Dunque "il disagio vende", osserva qualcuno. La gente è stanca e stufa, e compra un libro che dice come fare a mollare tutto.

Non condivido. Se così fosse rimarrebbero tutti delusi. Non è un libro come "E' facile smettere di fumare", al contrario. Ma dato che ormai molti l'hanno letto e continuano a consigliarlo, direi che questo rischio non c'è, come non c'era quell'errata illusione.

Secondo me è l'ottimismo che scala la classifica, che vende. E' la voglia di sognare e la voglia di rimettersi in moto. Siamo diventati deboli, un po' tutti, e siamo fermi da molto tempo. Troppo. Se un libro dice "stand up, muovere il culo please" molte persone lo vogliono leggere. Vogiono qualcosa che gli dica che si può. Che qualcuno dica "io mi sono messo in azione col sorriso e sono molto contento", in una società di gente che non fa che lamentarsi, è materia da Top Ten.

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Un bel messaggio tra i tanti che fioccano in questi giorni. Ma quanti siamo ad aver cambiato vita, ad avere avuto la forza per dire "Adesso Basta"? Chi sta per cambiare, chi vorrebbe ma ha paura, deve proprio ammettere che più manforte di così, più incentivo da una simile enorme massa di gente che testimonia che "si può fare", non poteva ricevere... E messaggi come questi, ve lo garantisco, ne ricevo in continuazione...

ciao simone, scusa l'intrusione ma il tuo libro mi ha fatto rivivere certi pensieri ed emozioni che mi hanno portato a scegliere di uscire da quell'ingranaggio sociale che sino allo scorso anno gestiva lo scandire del mio tempo. Sono rimasto sorpreso dall'enfasi dei commenti di alcune persone di fronte a una scelta di cambiamento. Ricordo una frase di un film che recitava piu o meno cosi "ogni momento e' perfetto per rivoluzionare tutto ..completamente", naturalmente come rimarchi nel libro quando si tratta di LAVORO o ruolo sociale il discorso inizia a far paura come se si colpisse profondamente il nostro ego nel suo processo infingardo di affermazione.Hai ragione, le persone hanno paura di quell'effetto sociale che definerei alla pink floyd "comfortbly numb!!" che li culla ed accarezza ma che li lascia su quel TRAM, lungo lo stesso percorso, illuminato da mille luci e rassicuranti decorazioni natalizie. CRESCENDO SI SONO DIMENTICATI COME SCENDERE. Ammiro la tua scelta forse perche so di che parli. Ho fatto il giro del mondo lo scorso anno e sono ancora considerato un pazzo ad aver lasciato IBM ;) ciao FABIO

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Ecco un bell'esempio di downshifting, meno radicale del mio, ma perfetto per spiegare come vi siano infinite gradazioni del processo di liberazione individuale. Come si vede, però, nessun metodo può prescindere dal lavoro personale, dall'impegno, dalla responsabilità. Non è mai facile diventare liberi, ma sempre ne vale la pena.

T. mi scrive sul gruppo di discussione "Downshifting" aperto su Linkedin:

Vi fornisco qualche dato “oggettivo” per inquadrare meglio la mia situazione e la mia scelta.
Dopo 27 anni da dipendente sono passato nella schiera dei lavoratori autonomi soprattutto per riappropriarmi del piacere di lavorare e per un migliore work/life balance.
Non è stato per nulla facile, complice anche questa rivoluzione, re-inventarmi un attività. - Come scritto in altri gruppi di discussione, per me questa non è una crisi che si risolverà ma un cambiamento radicale di modelli consolidati. E purtroppo nessuno sa quali nuovi modelli di lavoro emergeranno -. Io ho la mia opinione: la maggior parte di noi tornerà a fare l’artigiano sia che ripari scarpe, che programmi computer o che definisca le strategie di una piccola media azienda.
Ho cercato di combinare le mie esperienze con le mutate necessità del mercato e da li sono partito per proporre i miei servizi. Dopo due anni il bilancio è positivo. Ovviamente sono un degno rappresentante del downshifting; guadagno meno (molto meno !!), la carriera non esiste, sicurezza del posto (quale posto ?!) men che meno, ma:
  • Il mio lavoro consiste di solo “lavoro”.
  • Non ho più inutili meeting o conference call;
  • quando ho finito un lavoro posso dedicare tempo ai miei hobby invece di dover stare in ufficio a fare presenza;
  • non devo più compilare assurdi report per giustificare, a chi aveva creato la mia posizione, perché esisto;
  • non devo più associare, con formule degne di Einstein, ad ogni mia azione un ritorno economico per l’azienda.
  • Non passo 2 ore al giorno in tangenziale.
  • Non devo recitare la parte del “signorsì” a fronte di un manager incapace.
  • Ho molto più tempo per me e i miei interessi.
Ad oggi ho fatto più di 8 settimane di ferie e il 2009 non è ancora finito …..
Quando posso, lavoro la mattina presto o la sera in modo da avere le ore centrali della giornata libere per fare attività all’aperto.
Non esiste la settimana lavorativa e il weekend. Mi capita di lavorare di domenica ma di andare in montagna il martedì e al lago il giovedì.
Spendo buona parte del mio tempo ad aggiornami, fare marketing di me stesso e cercare nuovi clienti.

Non è una vita facile. Ma non tornerei più indietro!
Prima il lavoro erra diventato un peso perchè le attività "inutili" e la burocrazia occupavano il 60% del mio tempo. Ora mi da moltissimi soddisfazioni. Non sono preoccupato del non avere il "posto fisso" perché ritengo di star anticipando un nuovo modello lavorativo - il ritorno all'artigianato - che presto per molti diventerà la nuova realtà lavorativa.

Non ho la tredicesima e quando sono in ferie non guadagno. Idem se mi ammalo (dovrò farmi un assicurazione !).
Non cambierò la mia vecchia auto e la mia moto.
Ma oggi, visto il bel tempo, ho iniziato a lavorare alle 6:30 di mattina. Ora ho finito, consegnato il lavoro, adesso vado in bicicletta per boschi

 

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Ecco l'ultimo video, riepilogativo. Ne ho realizzati sei, per chi fosse interessato a vederli tutti. Sono una sorta di introduzione ad alcuni dei temi del libro. Un modo più diretto per capire "Adesso Basta". Si accettano (naturalmente) commenti e critiche. Ciao!


sfoglia settembre        novembre

 

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Non chiamarmi zingaro
di Pino Petruzzelli
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L'attentato
di Andrea Casalegno
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Se li conosci li eviti
di Peter Gomez e Maco Travaglio
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Viaggio nel silenzio
di Vania Gaito
Collana: reverse
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Il blog dell'autrice

Doveva morire
di Ferdinando Imposimato e Sandro Provvisionato
Prezzo: 15,60
Collana: principioattivo
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Nostra eccellenza
di Massimo Cirri e Filippo Solibello
Prezzo: 12,00
Collana: reverse
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La giornata del risparmio energetico

 
Sparlamento. Vita e opere dei politici italiani
di Carmelo Lopapa
Prefazione di Dario Fo e Franca Rame
Prezzo: 14,60
Collana: reverse
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La Repubblica del ricatto

di Sandro Orlando
Prefazione di Furio Colombo
Prezzo: 14,60
Collana: principioattivo
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Mani sporche
di Gianni Barbacetto, Peter Gomez, Marco Travaglio
Prezzo: 19,60
Collana: principioattivo
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Sante ragioni
Autori: Carla Castellacci, Telmo Pievani
Prezzo: 13,60
Collana: reverse
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A piedi
Autori: Claudio Sabelli Fioretti e Giorgio Lauro
Prezzo: euro 13,00
Collana: reverse
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Il giorno in cui la Francia è fallita
Autori: Philippe Jaffré, Philippe Ries
Prefazione di Francesco Giavazzi
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Capitalismo di rapina
Autori: Paolo Biondani, Mario Gerevini, Vittorio Malagutti
Collana principioattivo
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Toghe rotte
A cura di Bruno Tinti
Prefazione di Marco Travaglio
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Siamo Italiani
A cura di David Bidussa
Collana: reverse
Prezzo: 10 euro
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L'Agenda Rossa di Paolo Borsellino
Autori Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza
Prezzo: 12 euro
Prefazione di Marco Travaglio
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Il Paese della Vergogna
di Daniele Biacchessi
Prezzo 9,50
Prefazione di Franco Giustolisi
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Italiopoli
di Oliviero Beha
Prezzo: 13,60
Prefazione di Beppe Grillo
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