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Il sistema di potere trasversale si appresta a blindarsi definitivamente nella certezza dell’impunità con due semplici riforme: il conferimento della responsabilità operativa dell’azione penale agli organi di polizia, controllati dal governo, e la drastica riduzione dell’uso delle intercettazioni nelle indagini e della possibilità di pubblicazione di documenti giudiziari. Sembrano tecnicismi, in realtà è in gioco quel che resta della separazione dei poteri.

Finalmente non si parlerà più di “toghe rosse”, spiega con amara ironia il magistrato Roberto Scarpinato*, da vent’anni in prima linea contro la mafia a Palermo. Non ce ne sarà più bisogno. La magistratura, già depotenziata, perderà l’ultimo strumento di indagine contro il crimine organizzato e il malaffare politico-economico. In un contesto di grave sofferenza democratica (assenza di opposizione, giornalismo addomesticato), ormai “l’unico momento di visibilità per conoscere il modo in cui viene esercitato il potere sono le intercettazioni, sono le macchine: la riforma delle intercettazioni deve passare perché da quel momento in poi noi non conosceremo più quel che succede in questo Paese”. Nel video un passaggio del suo intervento di lunedì 23 febbraio alla Casa della Cultura di Milano. 
(Fonte: Qui Milano Libera)

*Roberto Scarpinato ha scritto Il ritorno del principe (Chiarelettere, 2008) insieme a Saverio Lodato.


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TOGHE ROTTE: LA RUBRICA SULLA GIUSTIZIA DI BRUNO TINTI


E’ in dirittura d’arrivo la nuova disciplina delle intercettazioni.
Fa venire i brividi.
Ho pensato di commentarne gli aspetti più rilevanti, trascrivendo in  chiaro (spesso il DDL governativo è del tutto incomprensibile) le norme più “interessanti”. Anche qui devo andare a puntate perché se no salta fuori la Treccani.

L’art. 1 del DDL prevede che il giudice che abbia “pubblicamente rilasciato dichiarazioni concernenti il procedimento affidatogli” ha l’obbligo di astenersi da detto procedimento.
Detta così sembra una norma ragionevole; invece è generica, oscura e anche scritta male.
Prima di tutto bisogna sapere che una norma del genere esiste già: è l’art. 36 lettera c) del codice di procedura penale. In questo articolo, tra le altre cose, si prevede che il giudice ha l’obbligo di astenersi “se ha dato consigli o manifestato il suo parere sull’oggetto del procedimento fuori dell’esercizio delle funzioni giudiziarie”. La cosa si capisce bene con un esempio. Un giudice è incaricato di trattare un processo; si mette a chiacchierare di questo processo spiegando che, secondo lui, Tizio ha ragione e Caio ha torto; oppure che Tizio è innocente e il vero colpevole è Caio. Oppure il  processo trattato da questo giudice riguarda un suo amico; e il giudice gli consiglia come può difendersi meglio o gli suggerisce quali documenti produrre e quali no. E’ ovvio che tutto  questo non si può fare. Nel primo caso perché il giudice deve prendere la sua decisione alla fine del processo, dopo aver valutato le prove e ascoltato le parti; se invece l’ha già presa prima ancora che il processo si faccia, o anche mentre si sta facendo ma non è ancora finito, vuol dire che si tratta di un giudice prevenuto, non imparziale; e dunque di quel processo è bene che se ne occupi qualcun altro. Nel secondo caso perché, se un giudice consiglia una delle parti sul comportamento processuale da adottare, tradisce il suo compito di giudice, non è imparziale e quindi non deve celebrare quel processo...
continua

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TOGHE ROTTE: LA RUBRICA SULLA GIUSTIZIA DI BRUNO TINTI

Il sindaco è stato arrestato, l’onorevole è stato iscritto nel registro degli indagati, il ministro è stato intercettato.
Ci vuole una riforma della giustizia. Subito.
Il tribunale della libertà ha deciso che il sindaco (che ha dato le dimissioni) non potrà commettere altri reati di corruzione, motivo per il quale il GIP lo aveva arrestato; e quindi lo scarcera. Dunque il sindaco è innocente, il PM (e il GIP) un persecutore.
Ci vuole una riforma della giustizia. Subito.
Il tribunale ha condannato l’onorevole per favoreggiamento semplice mentre il PM aveva chiesto la condanna per favoreggiamento di mafiosi. Il PM ha commesso un grave errore e l’onorevole è stato ingiustamente perseguitato.
Ci vuole un riforma della giustizia. Subito.
La corte d’appello ha deciso che onorevoli e ministri sono responsabili di corruzione, turbativa d’asta, concussione e favoreggiamento; però ha escluso l’associazione a delinquere. Non avevano progettato di dedicarsi in pianta stabile al malaffare, vi si dedicavano quando capitava. Sono stati perseguitati da una magistratura politicizzata.
Ci vuole una riforma. Subito...
continua

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TOGHE ROTTE: LA RUBRICA SULLA GIUSTIZIA DI BRUNO TINTI

Una volta stabilito che, in democrazia, la libertà di stampa ha almeno la stessa importanza che ha l’autonomia e l’indipendenza della magistratura perché entrambi, sia pure in maniera diversa, sono contro-poteri, necessari per garantire che il potere legislativo e quello esecutivo (che - come ho detto - ormai in Italia sono tutt’uno) non si impadroniscano dello Stato, gestendolo nell’esclusivo interesse di una ristretta oligarchia (sono comunque qualche migliaio di persone); resta da stabilire se e quali controlli debbano essere organizzati intorno alla libera informazione.

E’ ovvio che l’informazione deve essere obbiettiva, autoregolamentata, di buon gusto etc.; ma, e se non lo fosse? Se l’informazione fosse diffamatoria, faziosa, asservita, propagandistica? Dovremmo controllarla? Dovremmo apporle dei limiti? Dovremmo sanzionarla?
Si, certamente dovremmo sanzionare un’informazione falsa e diffamatoria. E in effetti il codice penale prevede all’articolo 595 il reato di diffamazione. Ma nient’altro: perché una cosa è punire l’abuso (cosa sacrosanta) e altra cosa è evitarlo attraverso un intervento preventivo. E’ evidente infatti che la pretesa di garantire in via preventiva il rispetto dei “limiti” (anche giusti) da parte dell’informazione presuppone un “controllore”, qualcuno che, dopo aver stabilito quali siano questi limiti, o essere stato delegato a far rispettare limiti stabiliti da altri, abbia il potere di imporre preventivamente alla stampa cosa pubblicare e cosa no, quali informazioni dare e quali no, quali commenti fare e quali no.

Già detta così è del tutto evidente che un sistema del genere non permetterebbe libertà di stampa. Ma c’è di più, poiché è di nuovo ovvio che i “limiti” sarebbero stabiliti dal legislatore, cioè dalla classe politica, cioè proprio da quella categoria che ha il massimo interesse al controllo dell’informazione, che significa controllo dell’opinione pubblica, controllo dei cittadini, garanzia di  gestione del potere a fini propri e dei propri sodali.

Tutto ciò, già ovvio a livello puramente teorico; diventa lapalissiano in un Paese come il nostro, con la classe politica che ci ritroviamo. Del resto (ed è, mi sembra, un argomento decisivo) solo l’informazione di una stampa libera, perché non preventivamente controllata, ha arginato in qualche modo l’informazione televisiva, che è caratterizzata proprio da quei “controlli” preventivi sugli eventuali “abusi” che ne hanno fatto un semplice ed efficacissimo strumento di propaganda a reti unificate, strumento che con l’ “informazione” proprio non ha più nulla a che fare.

Ciò non significa che ogni abuso della libertà di stampa non debba essere sanzionato: diffamazione e calunnia continuano ad essere i confini che non debbono essere superati; e un adeguato codice di autoregolamentazione, sanzionato ad opera dello stesso ordine professionale che ha interesse a garantire la libertà di stampa e ad evitarne gli abusi, sono garanzie sufficienti e comunque non incrementabili per un corretto esercizio del diritto/dovere all’informazione.

Ma vale la pena di sottolineare un altro problema: la pretesa di garantire la libertà di stampa ed assicurare, contemporaneamente, che non se ne abusi è tipica di questi tempi di “cerchiobottisti”.
Quante volte abbiamo sentito i più illuminati politici e maîtres à penser spiegare con sussiego come sia necessario contemperare i due interessi, quello rappresentato dalla libertà di stampa e quello della tutela della riservatezza individuale? Non uno che abbia mai detto che si tratta di una convivenza impossibile, che non esiste un modo per prevenire l’abuso perché questo significherebbe sottoporre la stampa a controllo preventivo, che al massimo si può (e si deve) sanzionare chi non rispetta le regole e che, alla fine, l’abuso è il prezzo da pagare per garantirsi la libertà.

Ecco, questo è il problema principale: nessuno vuole pagare i prezzi richiesti dai beni di cui si vuole godere.

Gli americani hanno una frase lapidaria (non mi ricordo il testo originale) per spiegare questa legge naturale: non esistono pasti gratis.
Non si può godere di libertà senza abuso; di efficienza senza regole, di ricchezza senza sacrifici etc. etc. etc.

Ragionare in maniera diversa significa credere che esista il moto perpetuo, il paradiso (in terra, poi se qualcuno si vuole consolare con il regno dei cieli beato lui), la bontà universale etc. etc.
Ecco perché la stizza o lo sdegno per il “processo mediatico” conseguente alla pubblicazione di intercettazioni telefoniche, esibiti dal politico di turno accusato di corruzione, falso in bilancio, aggiotaggio, frode fiscale, abuso in atti d’ufficio e insomma di tutto lo squallido e redditizio panorama criminale proprio della classe politica italiana sono, in sé, oltre che non disinteressati, un gravissimo attacco alla democrazia. Perché aggrediscono la stampa libera, quella che ha permesso ai cittadini, in tutti questi anni, di conoscere e valutare le azioni, direi di più, lo stile della classe politica italiana.

Vorremo mica fare come D’Alema che si lamentava perché, diceva in occasione della pubblicazione delle intercettazioni sulle scalate bancarie dei furbetti del quartierino aiutati dal governatore della Banca d’Italia Fazio, “qui si pretende di mettere sotto processo un’intera classe dirigente?”

Certo che le classi dirigenti vanno messe sotto processo, ci mancherebbe altro; vanno processate e condannate o assolte da un’opinione pubblica correttamente e completamente informata; se non si facesse sempre così (ma purtroppo si riesce a farlo sempre meno, sempre tra maggiori proteste e reazioni) si finirebbe con il vivere in un regime e non in un Paese libero e democratico.

Per essere chiari, questa è la fine che ci attende se passerà la riforma delle intercettazioni proposta dall’attuale governo.

sfoglia febbraio        aprile

 

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Sparlamento. Vita e opere dei politici italiani
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Sante ragioni
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Il giorno in cui la Francia è fallita
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Autori: Paolo Biondani, Mario Gerevini, Vittorio Malagutti
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